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Wednesday, 26 June 2013

Segnali di vita da Amburgo: viaggio tra passato e presente


Cari lettori,

crederete che ormai il circolo si sia perso tra le onde di chissà quale mare lontano e che Marlow abbia deciso di non raccontarvi più nessuna storia. Ebbene, è finalmente arrivato il momento di riprendere il filo dei nostri racconti; una sosta sulla terraferma dopo un lungo ed intenso viaggio, l'occasione per fermarsi un attimo ad osservare l'orizzonte e prepararsi alla prossima partenza. 

Trovandomi al momento nuovamente in Germania, quale miglior porto da cui far ripartire il nostro viaggio se non quello di Amburgo?
Come tutte le grandi città, ed in particolare i porti, Amburgo è estremamente ricca, viva e in continuo cambiamento, pur rimanendo allo stesso tempo legata alla sua storia. Ancora oggi infatti vi si fa riferimento come alla Freie und Hansestadt Hamburg, ovvero Città libera ed anseatica di Amburgo.
Della Lega Anseatica essa entrò a far parte nel 1241, quando venne resa ufficiale la sua alleanza con Lubecca, che aveva sotto controllo le principali aree di pesca del Mar Baltico e del Mare del Nord. Dalla sua posizione Amburgo dominava a sua volta il commercio del sale (proveniente in maggior parte dalla vicina Lüneburg) che all'epoca costituiva un bene di massima importanza poiché impiegato principalmente per la conservazione del pesce. Estremamente strategica, quindi, l'alleanza di Amburgo e Lubecca rappresentò la prima di una serie di numerose collaborazioni commerciali e politiche tra le città più importanti del Sacro Romano Impero, e non solo.

La parola Hansa significava in tedesco antico "schiera armata", le armi in questione non erano però spade o cannoni, bensì merci di ottima qualità: legname, metalli pregiati, pelli, cereali, miele, ed ovviamente il pesce ed il sale. Si trattava quindi di un'unione basata su scambi commerciali, e non––almeno in linea di principio––su battaglie e spargimenti di sangue.
Alquanto violenti, però, era i rituali cui dovevano sottoporsi coloro i quali desiderassero entrare a far parte della Lega Anseatica: il viso veniva graffiato con delle spazzole di metallo ed il corpo straziato a colpi di forca, alcuni venivano forzati a fare dei bagni in acqua ghiacciata o ad immergersi in paludi; qualche sventurato veniva addirittura chiuso in un sacco e posto letteralmente ad affumicare sopra un grande falò. Insomma, si trattava di vere e proprie torture fisiche che i Nykamer, i nuovi arrivati, dovevano subire senza lamentele e delle quali avrebbero conservato per sempre le cicatrici, come prova inconfutabile del loro valore.
Un rituale che prendeva il nome di hänseln e del quale fortunatamente ora si conserva solamente la parola (che ha subito un notevole traslato!): oggi in tedesco hänseln significa “beffeggiare, prendersi gioco di qualcuno”.


Vi lascio con qualche scatto di Amburgo, dalla mia recente visita nella Hansestadt.

                                                                                                                                                          Sara


"Io mangio anche Hamburger"
Sullo sfondo: il campanile di St. Michael, simbolo della città
Il porto
"Sexy Sexy Girls!" - Reeperbahn,
via principale del quartiere a luci rosse
Libertà di movimento...

Quartiere St. Pauli: un'aiuola urbana
    

St. Pauli: il Park Fiction 

Tuesday, 26 March 2013

Allegro ma non troppo: Moderato.


Clicca sull'immagine per leggere l'articolo
É sorprendente come il valore delle parole possa cambiare nel corso dei decenni. Inutile dire che, soprattutto negli ultimi sessant'anni, questo processo è stato notevolmente influenzato dall'affermarsi dei nuovi mezzi di comunicazione, che hanno portato spesso ad una manipolazione quasi incontrollata della parola.
Poche settimane fa, mi è capitato di avere tra le mani un vecchio numero della rivista La Cucina Italiana, datato luglio 1958. Fin dalla sua fondazione (1929), questo periodico si proponeva non solo di far conoscere le ricette della tradizione italiana, ma anche di fornire suggerimenti per il mantenimento di un buon regime alimentare, accorgimenti per una cucina sana ed allo stesso tempo economica, nonché nozioni di galateo, racconti ed opinioni di lettori o personaggi famosi su vari argomenti, più o meno correlati alla gastronomia.
La mia attenzione è caduta sulle osservazioni di una lettrice che titola il suo articolo "Saper parlare"; curioso tema per una rivista di cucina, mi son detta.
Con mia sorpresa, nelle righe di apertura, la signora Elisa utilizza una parola che, proprio in queste settimane, sta rimbalzando dalla tv alla rete, in ogni tg e articolo di giornale: moderazione. Cui, conseguentemente, fanno riferimento coloro i quali si considerano moderati.
Un buon parlatore, sostiene l'autrice, deve essere moderato e capace di usare questo trucco, senza però far accorgere l'interlocutore. L'articolo presenta gli atteggiamenti più comuni di coloro che si credono a torto brillanti parlatori, ma che di fatto mancano completamente di moderazione.

Strano. Il “moderato medio” oggi sembra invece rispecchiarle tutte queste caratteristiche...





Sara

Thursday, 3 November 2011

Colline tonde e colline coniche

Quattro passi sul “ terril ”


Per una ragione o per l'altra, mi trovavo in Belgio a raccogliere informazioni sui paesi tropicali. Volevo fare una tesi sulla giungla e già questo poteva sembrar strano, dato che si trattava del lavoro conclusivo per un corso di studi in letteratura francese. Quando poi feci sapere in giro che a scriverla sarei andato in Vallonia, in molti fecero fatica a trovarci un nesso, ma titubanti o divertiti, mi lasciarono andare senza troppe domande.

Scelsi di andare a Liegi, quattro giorni prima della partenza stabilita da tempo per il 16 giugno e, grazie anche al temperamento della città, là trovai tutto quello che mi serviva. Spensieratezza, una biblioteca universitaria, una libreria alle pendici del quartiere Pierreuse e una cantina piena di scatoloni di cartone, stracolmi di libri. Ma a stimolare la mia ispirazione furono anche le lunghe conversazioni con Bernadette, la signora che mi affittava una stanza, la cui passione per la natura ha qualcosa di formidabile. Per dare un'idea, lei è in grado di stare una settimana da sola in montagna tra i boschi, cibandosi delle piante e delle radici commestibili trovate cammin facendo. Certo, si tratta di un tipo di gita un po' estremo e se ne rende conto anche lei, sebbene una volta, sottovalutando forse la resistenza necessaria, decise di portarsi dietro una tra le sue sei-sette sorelle -non ricordo più bene il numero- a cui ben presto mancarono le forze. La lasciò allora presso un rifugio alpino a rifocillarsi, mentre lei continuò la sua marcia ancora per qualche giorno.

Una sera, dopo cena, grazie alle lunghe giornate di fine giugno- in Belgio d'estate resta chiaro sino alle undici- andammo a fare una passeggiata seguendo un sentiero che tra i boschi portava sino al “terril”. Non conoscevo ancora questa parola, ma immaginandomi un grande ammasso di terra compresi presto di averci indovinato. I terrils sono le montagnole, a volte vere e proprie colline alte più d'un centinaio di metri, formate dai vecchi detriti delle miniere di carbone che con i decenni sono ritornate a essere terra fertile per radici e prati incolti, su cui alberelli ancora esili crescono caoticamente. Ogni tanto il passo vi sprofonda ed è questa la ragione per cui su ampi tratti sarebbe impedito l'accesso, ma con una certa accortezza seguendo il volo di un calabrone e il profumo di una flora diversa da quella dei boschi intorno, nessuno sarebbe venuto a dirci di tornare indietro.

Molti fiori dal lungo stelo attiravano infatti insetti in cerca di nettare e il loro brusio aumentava la percezione del tepore estivo. Sarà stata solo una sensazione, ma Bernadette mi spiegò che il suolo nero del terril assorbe più calore delle zone circostanti e ciò dà luogo a microclimi che possono variare da un versante all'altro della collina, spesso adatti a specie di piante e animali non tipici dell'area. Sono inoltre frequenti fenomeni di combustione interna, dovuti alla presenza di materiale ancora combustibile e a una grande quantità di ossigeno in profondità, che possono trasformare il terril in un forno capace di raggiungere i 1300 gradi al suo interno e tra i 25 e i 60 gradi a pochi centimetri dalla superficie. In queste condizioni un clima caldo e umido viene garantito anche nei gelidi mesi invernali assieme ad una diversità ecologica non indifferente. É per per questo che a inoltrarsi su un terril si possono incontrare, tra papaveri gialli e digitali, vari tipi di rospi e lucertole, annusare piantine di finocchio, fermarsi ad ascoltare il lavorio dei picchi o ritrovarsi davanti ad alberi da frutto come meli e peri, di cui si dice siano cresciuti dai torsoli che i minatori gettavano nei cunicoli.

E tra tutti questi esserini che ci spiavano, ronzavano o fotosintetizzavano attorno a noi, procedeva la nostra scalata a questa grande sorta di soffice panettone erbaceo, dalla forma artificialmente tondeggiante -ma ce ne sono anche a punta e alcuni decisamente troppo, troppo, conici- che insieme a tanti altri attorno alla città di Liegi, testimonia l'impatto, volumi e volumi di roccia dissepolta, del suo “glorioso” passato di industria pesante.

Con questo non voglio dire che l'estrazione mineraria e la metallurgia siano ormai un capitolo chiuso nel bacino Haine-Sambre-Mosa, solo che da tempo queste attività non sono più in grado di trapiantare interi paesi di minatori da tutte le Zolfatare d'Europa alla periferia di centri come Liegi o Charleroi: ogni notte la lingua di fuoco costante della “belle flamme” emana un'aureola arancione dal lungo tubo dell'acciaieria di Ougrée dove segna il vento e il suo alone si propaga sino alle acque navigabili della Mosa che portano in centro.

Ma sul nostro terril era ancora chiaro e come al solito Bernadette era piena di storie e aneddoti incredibili. In particolare quella sera mi raccontò la vita di René Jean-Jérôme, una guida turistica nativa della Guyana Francese che lei aveva conosciuto durante un viaggio in Sud America, sul ciglio ombroso della giungla.

Si trattava della storia di un ragazzino che dopo aver superato un difficile rito d'iniziazione, lascia il villaggio della sua tribù per andare a esplorare il mondo. Una storia che io vorrei raccontare a voi da molto tempo, ma siccome mi dispiacerebbe tralasciare qualche particolare importante, ho chiesto a Bernadette di scrivermi una lettera per rinfrescarmi la memoria. Una lettera che ho già ricevuto e che mi sto limitando a tradurre cercando di non appesantire troppo la sua immediatezza.

La troverete su circoloMarlow tra qualche giorno.



Niccolò


1.  Foto di terrils.

2.  Approfondimento sui terrils presenti nella regione di Liegi, in lingua francese.

Thursday, 27 October 2011

À propos: Amelia Rosselli

In risposta alle parole apolidi, le parole di un'apolide.


La lingua è viva e le parole sono capaci di attraversare latitudini, tempo e culture con gran facilità e versatilità. Le riflessioni del post "Le parole apolidi " di Niccolò, mi hanno fatto pensare subito alla poesia di Amelia Rosselli, cui già da tempo volevo dedicare uno spazio sul blog.

Sebbene non sia strettamente necessario ai fini di questo post, spenderò un paio righe per presentare brevemente alcuni dati biografici. Nata nel 1930 a Parigi dove il padre, l'antifascista Carlo Rosselli, risiedeva come rifugiato politico; dopo l'assassinio del padre (ucciso assieme al fratello Nello nel 1937) comincia per Amelia una vita fatta di costanti spostamenti, una vita da apolide, appunto. Vive in Svizzera, negli Stati Uniti, in Inghilterra, compiendo studi di filosofia, letteratura e musica. Gli anni '50 e '60 sono anni italiani, durante i quali si consolida la sua fama di poetessa.

Sarà Pier Paolo Pasolini a scoprire – come si dice in questi casi – l'unicità della sua poesia e a permettere che ventiquattro dei suoi primi componimenti vengano pubblicati sulla rivista di letteratura Il Menabò, nel 1963. Parlo di unicità perché la poesia di Amelia è davvero impossibile da inquadrare all'interno dei movimenti poetici e letterari dell'epoca: anzi, personalmente trovo che classificazioni di questo tipo siano sempre difficili da fare. In questo caso è chiaro che non vale nemmeno la pena di fare un tentativo.

“La lingua in cui scrivo volta a volta è una sola, mentre la mia esperienza sonora logica associativa è certamente quella di tutti i popoli, e riflettibile in tutte le lingue”, dichiara la stessa autrice.



La sua poesia è prima di tutto una ricerca di affinità sonore, più che di significati, e spesso trascura sintassi ed altre regole della lingua italiana. Di fatto, la lingua in sé diventa un'entità non più limitata, ma aperta. I confini tra idiomi svaniscono, le parole vengono smontate fino ad ottenerne solamente le componenti principali, vengono accostate per dar vita a singole immagini che si susseguono tra verso e verso, ed in certi casi vengono rimontate per ottenere un' armonia, un accordo. Lo scopo è quello di creare un linguaggio universale.

Così come vengono a mancare i confini tra lingue, cadono anche le divisioni tra pubblico e privato: dai suoi versi sprigionano riflessioni tanto intime quanto comuni, riguardanti la situazione storica contemporanea all'autrice. Una dimensione presentata per mezzo di versi che “sanno trasmetterci in modo lancinante la percezione della normalità dell'orrore, della quotidianità come dominio privilegiato del terribile”, come commenta Pier Vincenzo Mengaldo.

Pasolini definisce quella di Amelia una scrittura basata sul lapsus “inserito nella serie di borchie, di cui questa lingua – nata come fuori dal cervello, quasi proiezione fisica di un involucro spirituale razionalmente inesprimibile – ha bisogno di costellarsi, per presentarsi come prodotto culturale riconoscibile, leggibile. (…) certamente la Rosselli sa di fare esperimenti linguistici scoperti, in un laboratorio pubblico”.

Mi rendo conto di dilungarmi forse un po' troppo in citazioni altrui, che alle volte possono apparire noiose o di troppo, però confesso che al momento non saprei definire meglio l'unicità di Amelia Rosselli.

Sebbene apparentemente possa sembrare casuale, quindi, la scelta delle sue parole è in realtà calcolata fin nei minimi dettagli, in quanto esse formano parte di un più ampio sistema – il verso, la strofa, la lingua stessa – basato su esatte corrispondenze musicali, determinate quasi in maniera matematica. Questo lo si può evincere soprattutto con la lettura ad alta voce delle sue poesie, senza però dovere o volere a tutti i costi trovarci senso, significato, autenticità. “Cercatemi e fuoriuscite” esorta la Rosselli, che ancora afferma:


Io non sono quello che apparo – e nel bestiame

d'una bestiale giornata a

freddo chiamo

voi a recitare.



Attraverso una scrittura visionaria, frammentaria, ma per certi versi anche molto razionale la poetessa esprime una personalità complicata da uno stato psichico costantemente turbato, fragile e soggetto a depressioni, che la porterà infine al suicidio, nel 1996, nel suo appartamento romano.

Il video che vi propongo rappresenta a mio avviso una buona introduzione ad Amelia Rosselli, vale la pena di dedicarci 5 minuti di tempo.

Sara

Tuesday, 25 October 2011

Le parole "apolidi"




Ci sono molte parole che non esistono che mi piacciono tantissimo. Tibresco, malacché, bagiordo, non vogliono dire nulla, eppure fanno da paravento ad associazioni non prive di logica, sebbene l'inizio di questo percorso sia inspiegabile. Eppoi ci sono un monte di parole insospettabili, piccole, senza apparenti peculiarità che con il loro modesto bagaglio di fonemi nascondono la capacità di attraversare idiomi diversissimi, indifferenti alle distanze. Qualche mese fa per esempio, benché sul ponte della nave si parli in inglese, ho sussurrato tra me e me, ma neanche troppo sussurrato a dire il vero: Cosa? Detto tipo: Koosa? Ebbene, il marinaio filippino al mio fianco ha capito esattamente “compagno di cella”, mentre Sladjiana, ufficiale serbo, pensava volessi dire “capra”. Al ché, mi son dovuto spiegare: no ragazzi, né capra né galeotto, volevo soltanto dire: Whaat? E loro, per risposta: Aaah.

Un'altra volta, parlando con degli indiani di Mumbai, è saltato fuori che il nostro “mangia” di io mangio tu mangi egli... a loro suona esattamente come “il tratto di corda che lega l'aquilone al bandolo con cui lo si porta in giro”.

In questo genere di parole “itineranti” si potrebbero forse inserire i cognomi, che nascondono al viaggiatore insidie fino al giorno prima insospettabili e da cui non potrà più liberarsi completamente nemmeno fuggendo lontano. Anche al Polo Sud infatti, in un angolino della sua mente gli resterà per sempre il pensiero: Oh mio Dio! Io.. quella cosa là?! E sicuramente i toponimi: al largo della Scozia siamo passati accanto a due isolette che si chiamano Luce e Barra. Oltre ad altre due che di nome fanno Canna e Rhum.
Infine, un occhio di riguardo merita il ramo delle parole “apolidi”, quelle che non appartengono a nessuna lingua in particolare, ma che vengono comprese dappertutto. Ancora un esempio? Ciop-ciop.



                                                                                                                          NiccoloD.

Thursday, 6 October 2011

Parli come badi!

Riflessione sull'attuale questione della lingua.


Ricordo che qualche mese fa, era un giovedì sera, s'era riusciti come sempre a fatica a vedere 'Annozero' in streaming, cosa che all'estero appunto è possibile solo per vie non propriamente autorizzate. E come spesso accadeva il giovedì sera, dalle casse del computer uscivano le urla gracchianti del sottosegretario Daniela Santanchè, provocandoci tra l'altro un certo disagio (sia per la cattiva qualità del suono, sia un po' anche per la Santanchè in se stessa). La mia coinquilina tedesca che, grazie alle reminiscenze del latino studiato anni fa al Gymnasium, riesce ogni tanto ad individuare qualche parola di casuali conversazioni in italiano, quella sera si trovava con noi e assisteva apparentemente senza interesse alla trasmissione: mi colpì quindi quando ad un tratto mi chiese “Ma perché continua a ripetere la parola verità?” Lì per lì, devo essere sincera, non seppi cosa rispondere; mi resi conto che effettivamente la parola era già stata ripetuta più volte ed io non ne avevo quasi fatto caso. Perché, quindi?

Capita, a volte, di ripetere una parola talmente tanto che ad un certo punto essa si riduce solamente ad una sequenza di suoni e perde via via il suo significato. A me succedeva quando dovevo imparare le coniugazioni dei verbi (e studiando lingue, per questa fase ci sono già passata varie volte...): io bevevo, tu bevevi, egli beveva, noi bevevamo, voi beveva -va -va -ve -...eh?

Il trucco quindi stava funzionando anche quel giovedì sera, a forza di ripeterla la verità era diventata qualcosa di scontato, cui non ci si faceva più caso ma, soprattutto, non era più verità!

Qui si rischia addirittura di cadere nel filosofico, eppure c'è chi si riempie la bocca di queste parole e ce le fa sentire e risentire. Vorrei considerarne un'altra, cui forse qualcuno a questo punto avrà già inevitabilmente pensato: ebbene sì, libertà. In molti hanno provato a spiegare cosa sia, molti hanno lottato e lottano per ottenerla, molti sanno che non ce l'avranno mai, eppure rimane sempre un concetto difficile da definire in maniera univoca. E quindi quando sentiamo parlare di libertà, la domanda dovrebbe sorgere spontanea: ma quale libertà? La libertà del popolo? La libertà che avremo nel futuro? La libertà che sta a sinistra e che sostiene la causa dell'ecologia? Insomma, c'è libertà dappertutto, e abbiamo ancora il coraggio di lamentarci!

E ce ne sono molte altre di queste parole: amore, per esempio, e ovviamente il suo contrario, valori, emergenza, merito, e la lista potrebbe continuare ancora a lungo.

Ci sono poi parole più volgari che entrano a far parte dell'uso comune, proprio perché anche queste vengono riproposte con una tale frequenza che ci si dimentica del loro essere volgari e non ci si preoccupa nemmeno più di tappare le orecchie ai bambini quando queste vengono pronunciate. Di questi tempi poi tali parole escono allo scoperto con molta più assiduità, sarà la crisi che ci rende tutti più nervosi...

Buttandola sul ridere Niccolò proponeva, qualche post fa, il nome per il nuovo partito, facendo riferimento alle intercettazioni del mese scorso in cui il nostro Paese veniva definito di merda, e proprio da chi del Paese dovrebbe prendersi più cura e dare “il buon esempio”. Ebbene, oggi sempre lo stesso soggetto ha proposto un nome migliore.

Se quindi continuiamo a non badare, come invece suggeriva Totò, andrà a finire che questo trucchetto ci lascerà senza parole!

(Per concludere, vi rimando ad un post di qualche tempo fa, dal blog di Maurizio Viroli sul sito del Fatto Quotidiano: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/25/chi-parla-male-pensa-male/153335/)


Sara


(Nota: non me ne voglia la Santanchè, il post ha chiaramente un tono ironico! In ogni caso di fronte ad un'accusa posso sempre difendermi dicendo che “sono stata fraintesa”, pare che la scusa funzioni...)