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Wednesday, 26 June 2013

Segnali di vita da Amburgo: viaggio tra passato e presente


Cari lettori,

crederete che ormai il circolo si sia perso tra le onde di chissà quale mare lontano e che Marlow abbia deciso di non raccontarvi più nessuna storia. Ebbene, è finalmente arrivato il momento di riprendere il filo dei nostri racconti; una sosta sulla terraferma dopo un lungo ed intenso viaggio, l'occasione per fermarsi un attimo ad osservare l'orizzonte e prepararsi alla prossima partenza. 

Trovandomi al momento nuovamente in Germania, quale miglior porto da cui far ripartire il nostro viaggio se non quello di Amburgo?
Come tutte le grandi città, ed in particolare i porti, Amburgo è estremamente ricca, viva e in continuo cambiamento, pur rimanendo allo stesso tempo legata alla sua storia. Ancora oggi infatti vi si fa riferimento come alla Freie und Hansestadt Hamburg, ovvero Città libera ed anseatica di Amburgo.
Della Lega Anseatica essa entrò a far parte nel 1241, quando venne resa ufficiale la sua alleanza con Lubecca, che aveva sotto controllo le principali aree di pesca del Mar Baltico e del Mare del Nord. Dalla sua posizione Amburgo dominava a sua volta il commercio del sale (proveniente in maggior parte dalla vicina Lüneburg) che all'epoca costituiva un bene di massima importanza poiché impiegato principalmente per la conservazione del pesce. Estremamente strategica, quindi, l'alleanza di Amburgo e Lubecca rappresentò la prima di una serie di numerose collaborazioni commerciali e politiche tra le città più importanti del Sacro Romano Impero, e non solo.

La parola Hansa significava in tedesco antico "schiera armata", le armi in questione non erano però spade o cannoni, bensì merci di ottima qualità: legname, metalli pregiati, pelli, cereali, miele, ed ovviamente il pesce ed il sale. Si trattava quindi di un'unione basata su scambi commerciali, e non––almeno in linea di principio––su battaglie e spargimenti di sangue.
Alquanto violenti, però, era i rituali cui dovevano sottoporsi coloro i quali desiderassero entrare a far parte della Lega Anseatica: il viso veniva graffiato con delle spazzole di metallo ed il corpo straziato a colpi di forca, alcuni venivano forzati a fare dei bagni in acqua ghiacciata o ad immergersi in paludi; qualche sventurato veniva addirittura chiuso in un sacco e posto letteralmente ad affumicare sopra un grande falò. Insomma, si trattava di vere e proprie torture fisiche che i Nykamer, i nuovi arrivati, dovevano subire senza lamentele e delle quali avrebbero conservato per sempre le cicatrici, come prova inconfutabile del loro valore.
Un rituale che prendeva il nome di hänseln e del quale fortunatamente ora si conserva solamente la parola (che ha subito un notevole traslato!): oggi in tedesco hänseln significa “beffeggiare, prendersi gioco di qualcuno”.


Vi lascio con qualche scatto di Amburgo, dalla mia recente visita nella Hansestadt.

                                                                                                                                                          Sara


"Io mangio anche Hamburger"
Sullo sfondo: il campanile di St. Michael, simbolo della città
Il porto
"Sexy Sexy Girls!" - Reeperbahn,
via principale del quartiere a luci rosse
Libertà di movimento...

Quartiere St. Pauli: un'aiuola urbana
    

St. Pauli: il Park Fiction 

Sunday, 11 November 2012

Mille papaveri rossi: il Poppy Appeal e altre storie dall'Inghilterra.


Dopo una lunga e luminosa estate passata in Italia, cosa che da un paio d'anni non mi succedeva, a metà ottobre sono ritornata a Cambridge, in Inghilterra.
Giusto in tempo per la morta stagione.
Non ho fatto in tempo a scendere dall'aereo, infatti, che già mi era stato fatto presente che Halloween era alle porte. Pochi giorni dopo, nella casa che ora sto dividendo con altre cinque persone, cominciarono a spuntare scheletrini fluorescenti e finti ragni di ogni colore e dimensione da ogni angolo, mentre due grosse zucche, pronte per essere intagliate, dominavano il living room.

A distanza di nemmeno una settimana da Halloween, in Inghilterra si preparano le celebrazioni del 5 novembre in ricordo del cosiddetto Gunpowder Plot (ovvero "Congiura della polvere da sparo"). L'episodio data al 1605, quando un gruppo di cattolici, capeggiati da Robert Catesby, organizzarono una congiura contro Giacomo I, sovrano protestante; il loro piano era quello di far esplodere la House of Parliament e con essa il re e gran parte dell'aristocrazia protestante. I cospiratori vennero però scoperti e l'attentato sventato. In particolare però, ciò che viene ricordato ogni 5 di novembre riguarda Guy Fawkes, che del gruppo era colui che si occupava degli esplosivi, e che –si dice– venne scoperto con 36 barili di polvere da sparo.
Ogni anno quindi si celebra il mancato attentato, il fatto che il re non saltò in aria e che gli attentatori vennero scovati in tempo. Scovati, arrestati, processati e condannati ad essere hanged, drawn and quartered ovvero –letteralmente– impiccati, sventrati e squartati; un'atroce forma di pena capitale per gli uomini, che risaliva all'epoca medievale. Il condannato veniva appunto impiccato, ma non fino alla morte, quindi rianimato e sventrato vivo; le viscere gli venivano bruciate davanti così, nel caso egli fosse disgraziatamente ancora cosciente, poteva assistere allo spettacolo, prima di essere squartato.
Si narra che Fawkes, tuttavia, riuscì ad avere una sua piccola rivincita, saltando dalla forca e quindi morendo risparmiandosi un'ulteriore terribile agonia. Nonostante ciò, il suo corpo venne comunque straziato e le sue parti esposte pubblicamente come monito per chi pensasse di voler tradire la corona in futuro.
Ogni 5 novembre si festeggia con uno spettacolo di fuochi artificiali seguito dall'accensione di un grande falò, durante il quale si bruciano pupazzi raffiguranti Guy Fawkes e si recitano filastrocche che ricordano l'evento. Curiosamente, questa celebrazione assomiglia molto ad altri rituali, appartenenti alla tradizione pagana e poi molto spesso rivisitati in chiave religiosa, che ricorrono più o meno nello stesso periodo (tra i quali, appunto, anche Halloween). Tutti rituali legati alla chiusura del raccolti nei campi e all'inizio dell'inverno, i cui spiriti portatori di morte e sterilità si tentava di allontanare con dei fuochi ed altri riti scaramantici.

Subito dopo aver fatto giustizia sullo sventurato Fawkes, l'Inghilterra ricorda episodi più vicini nel tempo e si prepara a commemorare i soldati morti durante le guerre mondiali. Con dei papaveri.
Chiunque nei giorni precedenti l'11 di novembre, giornata della commemorazione, sfoggia un bel papavero di carta pesta puntato sul petto, preferibilmente sulla sinistra, vicino al cuore. La scelta di questo simbolo fa riferimento ai versi di In Flanders Fields, poesia scritta dal colonnello canadese John McCrae nel 1915, mentre si trovava a combattere sul fronte franco-belga. Il militare descrive i campi di battaglia cosparsi di sangue dove, tra croce e croce ondeggiavano i papaveri.*

I Remembrance poppies (papaveri della commemorazione) vengono venduti dalla Royal British Legion, la principale organizzazione di beneficenza a supporto di coloro che prestarono e prestano servizio alla nazione e dei loro famigliari. Oggi più che mai è raccomandabile per tutti coloro che ricoprono cariche pubbliche, così come per chi lavora nel mondo della spettacolo, che si porti il poppy. Un'usanza che è ormai diventata una vera e propria moda, cui purtroppo sono legati anche forti pregiudizi. La mancata osservanza di questa “regola”, infatti, scatena immancabilmente furiose polemiche che non fanno altro che mettere in ombra il significato originario di questo simbolo, trasformando tutto in potentissimo showbusiness, contro cui però nessun fuoco né rito scaramantico può nulla.

Manca qualcosa? Un poster della Royal British Legion per la campagna 2012 (fonte:  www.britishlegion.org)

Un'immagine dalla cerimonia d'apertura della Poppy Appeal Campaign 2012, lo scorso ottobre (fonte: www.guardian.co.uk)



                                                                                                                                              Sara

*Il riferimento ai papaveri che vegliano sui corpi dei soldati nei campi di battaglia, ci è noto ovviamente anche grazie a La guerra di Piero di Fabrizio De André.

Saturday, 9 June 2012

Il mio amico Emanué


Voglio mettere nero su bianco alcune frasi di Emanué, terzo di macchina siciliano, dette nell’arco di questi mesi trascorsi insieme su questa nave dove di italiani praticamente ci siamo solo io e lui.

A dir il vero di cose Emanué ne dice tante e in continuazione e molto spesso a voce troppo alta, ma in qualche occasione, su certe sue parole, è giusto porre maggiore attenzione.

Così, quando in un giorno di pioggia pesante su Yokhoama decidemmo di scendere a farci un giro assieme, vedendo tra le brume il profilo di palazzi e grattacieli egli constatò, in un’immagine lampo: “Certo che i giapponesi con l’import-export si sono fatti la reggia”. Con tale frase, Emanué mi costrinse per la prima volta a fermarmi sotto la pioggia e a guardarmi intorno.

In un’altra occasione, mi raccontò un suo sogno o meglio incubo, che l’aveva turbato nella notte: “ C’eravamo io e te in un’isola di cannibali, solo che non lo sapevamo e in qualche modo nella foresta incontravamo due ragazze che siamo riusciti a rimorchiare, cosi’ io vado da una parte e tu dall’altra, solo che a un certo punto quando io chiedo alla mia  una cosa in particolare, quella apre la bocca e tira fuori una lingua che non finisce più e scende fino a toccare per terra. Io mi chiedevo se era normale, ma quando ha incominciato a leccarmi il collo io e te abbiamo cominciato a scappare e siamo capitati in mezzo alla tribù di cannibali.
- E come e’ andata a finire Emanué?
- Che a te ti mangiavano e io riuscivo a tagliare la testa a uno.
- A uno dei cannibali?
- Sì.
- Eppoi tu ti salvavi?
- Sì, ma a te ti facevano girare come l’arrosto.

Recentemente sono andato a farmi un giro nella Sala Macchine con lui che mi faceva vedere gli impianti spiegandomeli con una certa passione, destata forse dal mio interesse per la sua materia.
Allora Nicolò (lui lo dice con una c sola e scandito in sillabe: Ni-co-lò) questo è lo slip, serve a ridurre i giri dello shaft per trasmetterli all’elica.
Questo interessa pure a te che sei di coperta, Ni-co-lo’.

Quella invece e’ la pompa che serve a mantenere la pressione nell’impianto antincendio degli Sprinkler, in caso non dovesse bastare il polmone d'aria. E’ molto importante perché all’esame della licenza di sicuro te la chiedono.
E così questo interessa pure a te, Ni-co-lò.

Quest’altra invece e’ la tanca del Sewage, le acque nere, dove tutti i bisogni della nave finiscono dentro attraverso quel tubo. Vedi quella valvola? Bene, fai attenzione, ché se la apri ti fai la doccia di merda.
E questo interessa pure a te, Ni-co-lò.


Ni-co-lò

  

Monday, 16 April 2012

Via della Povertà


  Uscendo dal centro di Cambridge, dirigendosi verso sud-est, si imboccherà Mill Road. Ci si lascia alle spalle la zona storica, con i suoi college, la piazza del mercato e i bei parchi fioriti, per entrare in una dimensione del tutto differente.





  Mi trovo a Cambridge da ormai due mesi e mi mantengo lavorando come cameriera in un caffè, nella centralissima Regent Street. I miei datori di lavoro, tuttavia, sono proprietari anche di un altro locale, più piccolo, situato proprio in Mill Road. I dipendenti vengono fatti lavorare in maniera più o meno equa in entrambi i locali; in particolare, a me tocca Mill Road mediamente un giorno a settimana.
  Qui il lavoro può essere per molti versi noioso, perché i clienti sono rari e alle volte le sei ore di lavoro passano lentamente, se non ci si trova qualcosa da fare. Una mia collega si porta il computer e dei libri per prepararsi agli esami universitari, e ancora mi chiedo dove riesca a trovare lo spazio per farceli stare, tra le torte e la macchina del caffè. Anche io ho sempre un libro con me, tuttavia passo una buona parte del tempo ad osservare quello che succede fuori, sulla strada.


Mill Road, il ponte sulla ferrovia.
  Sede, in passato, di un importante mulino – cui peraltro deve il nome –, Mill Road è oggi un luogo speciale; una strada sempre affollata e decisamente multietnica. É luogo di passaggio quasi obbligato per molti, trovandosi proprio all'incrocio con la stazione dei treni, ma oltre a ciò, ospita molti importanti punti di riferimento per i diversi gruppi etnici che, numerosi, popolano la città. Se si cerca una moschea, una chiesa battista o un tempio indù, è in Mill Road che si deve andare; ugualmente, se si ha voglia di fish and chips, di sushi o di kebab. Inoltre, nei tanti negozietti indipendenti che questa strada vanta, si può trovare davvero di tutto: da prodotti tipici coreani, a ogni tipo di spezia orientale, all'olio extravergine d'oliva, direttamente dalla Puglia; ma anche strumenti usati, prodotti pensati esclusivamente per la cura dei gatti domestici, libri e vestiti di seconda mano.
I colori e gli odori di Mill Road sono diversi da quelli che si possono vedere o sentire nel centro della città, come lo sono le facce e le storie che vi si incrociano.
  Lontana dalle guglie degli antichi e prestigiosi college e dalle vetrine patinate del centro (sulle quali, nelle ultime settimane, campeggia l'Union Jack, a ricordare a tutti che presto si celebrerà il Diamond Jubilee*), Mill Road affascina e allo stesso tempo trasmette un certo senso di malinconia. E a questo contribuisce anche il fatto che molti dei negozi caratteristici di questa strada stanno chiudendo, così, da un giorno all'altro, destando sempre maggiore preoccupazione nei membri della Mill Road Community che si battono per preservare l'unicità di questa zona.

Vetrina spiritosa.

  L'atmosfera malinconica, gli incontri e le brevi conversazioni con i pochi ed abituali clienti del caffè, così come gli scorci di realtà che posso osservare dalla vetrina del locale, alimentano la mia immaginazione e mi fanno venire in mente le storie degli abitanti di Desolation Row, raccontate da Bob Dylan nella sua celebre ballata, o dell'altrettanto nota versione tradotta da Fabrizio De André, Via della Povertà.

  Ed è con le note di quest'ultima che voglio accompagnare la serata, dopo una giornata di lavoro in Mill Road, Via della Povertà.






                                                                                                                                                    Sara


* Dal 2 al 5 giugno si celebreranno ufficialmente i 60 anni dall'incoronazione della regina Elisabetta II.

Wednesday, 1 February 2012

Brocca a forma di testa, 1889.

Van Gogh, Gauguin e la genesi di un autoritratto.
Brocca a forma di testa, Paul Gauguin 1889


Van Gogh voleva di tutto cuore che il suo amico Gauguin lo raggiungesse nel Sud della Francia dove da qualche tempo si era stabilito per studiare una natura che non gli era familiare, pur tra molte ristrettezze. Ulivi, campi di grano e cipressi brillavano alla luce di un sole mediterraneo a lui ugualmente inusuale e di cui voleva condividere la scoperta dando vita ad un sodalizio artistico.

E di questo suo desiderio c'è traccia in molte sue lettere indirizzate sia al fratello Théo che allo stesso pittore francese:


Caro Théo,
ho pensato a Gauguin: se Gauguin vuole venire qui, c'è da pensare al viaggio o a due letti o a due materassi, che in questo caso dobbiamo acquistare.Ma dopo, essendo Gauguin un tipo che si arrangia, è probabile che riusciamo a farci da mangiare a casa.E con la stessa somma che spendo per me , riusciremo a vivere in due.Sai che mi è sempre sembrato stupido che i pittori vivano soli ecc. Quando si è isolati si perde sempre. [...] *

                  * Vincent Van Gogh, 150 lettere
                            ed. Linea d'Ombra 2011, p.263



Finalmente, un giorno di dicembre del 1888 Gauguin si recò nella cittadina provenzale di Arles. Sciaguratamente però, sarà stata forse l'incompatibilità dei caratteri, il suo soggiorno presso il pittore fiammingo si trasformò in un periodo di nove settimane di fuoco e delirio in cui le due grandi sensibilità riunite ed isolate sotto lo stesso tetto arrivarono sino al fronteggiarsi con un rasoio. Lo stesso oggetto con cui, dopo averne brandito la lama minacciosamente per aria, Van Gogh mise in atto il famoso episodio ove, senza alcun motivo apparente, si tagliò il lobo dell'orecchio sinistro. Con il sangue che gli sgorgava copiosamente sul collo, avviluppò poi il pezzetto di carne in dei fogli di giornale e corse al postribolo presso il quale -quando le finanze glielo permettevano- era solito trovare sollievo, per affidarlo alle mani di una prostituta non prima di assicurarsi che venisse trattato con tutte le cure.

Quando Paul Gauguin vide Van Gogh rincasare con la testa insanguinata, prese una paura tale da fargli vacillare le fondamenta di un qualcosa che nell'anima sta tra l'orgoglio, la comprensione e il coraggio. Fu probabilmente per vincere i morsi di questo timore che, ritornato a Parigi qualche giorno dopo, Gauguin volle assistere all'esecuzione in piazza di Prado, vecchio proprietario del caffè degli artisti Le Tambourin, condannato alla ghigliottina per omicidio.

Solo che anche l'esecuzione non andò come doveva andare: la lama cadde di sbieco e in prima battuta mutilò soltanto una parte del volto dell'uomo che con forza bestiale si trasse nuovamente in piedi. Ci volle lo sforzo di parecchie guardie per rimetterlo in posizione e permettere che lama fosse rilasciata una seconda volta provocando infine la caduta della testa di Prado.

Non sappiamo se Gauguin, ritrovò ciò che cercava, ma in seguito a questi avvenimenti scolpì la Brocca a Forma di Testa, un autoritratto in porcellana del 1889 conservato al Kunstindustrimuseet di Copenhagen.

Un'opera che fonde lo stile giapponese di pittura e lavorazione della ceramica invetriata con un concetto di raffigurazione appartenente alla tradizione peruviana -ovvero l'unione della forma umana e quella di un oggetto quotidiano- e non lascia trasparire in fotografia, la forza macabra che è capace di convogliare dal vivo.  




                                                   Niccolò.

Monday, 9 January 2012

Nuda e Senza Seno

Penso che ogni canzone, anche la più stupida, racconti sempre almeno due storie: una di chi la scrive, una di chi l'ascolta (nel caso autore ed interprete siano la stessa persona, altrimenti il gioco si complica ancora).
Ecco due storie:
1:
http://www.youtube.com/watch?v=odtX5PQbLOM

2:
M'hai svegliato, o forse mi sono svegliato, quando ho aperto gli occhi ci stavamo già guardando, in realtà non so nemmeno se davvero ho dormito. Non sono nel mio letto e nemmeno nella mia città. Un raggio di sole dal cortile, dalle finestre lasciate aperte, l'odore dell'aria di primavera, sempre lo stesso, sempre sconosciuto. Rumori che non puoi sentire: della tua strada, che non ho mai visto di giorno, del risveglio di un vicino di casa che non conosco, dell'orologio della cucina, ci sarà la cucina dietro a quella porta? È strano, il colore dei tuoi capelli m'era sembrato diverso, più chiaro. Nel naso l'odore di quel troppo che abbiamo bevuto, di sicuro lo senti anche tu; nel corpo la chiara sensazione di quello che abbiamo fatto, chissà cosa senti. Sembra così ovvio, eppure ogni volta mi lascio sorprendere. Non so mai se dargli importanza o meno. C'è troppa luce per dimenticare, ed è stato bello. Si potrebbe rifare, anche se è un risveglio duro, lui è duro, ma non ha senso, tu sei diversa, io lo sono di sicuro. Sbadiglio anche se non ce n'era davvero bisogno e ti auguro buongiorno. I tuoi vestiti sono sul pavimento, guardandoli ora, vedo che ci hai messo un sacco a sceglierli, l'avresti fatto comunque, anche se non ero io, non lusinga, ma assolve. Le scarpe sono proprio ridicole, all'inizio m'avevano colpito, poi, quando le avevi in mano, mi sei sembrata tenera; alla luce del giorno sono solo stupide, forse però, se non le avessi portate, non sarei venuto da te, lo stupido sono io. Seduta sul letto, in pigiama (quando hai messo il pigiama?), mentre raccogli i capelli, ti vedo più bella, le tette sono più vere e più invitanti, per stringerle bastano le mani. Reciti ancora, sono sicuro che quando sei sola non ti alzi così, però la parte ti viene meglio. Ti sorrido perché non so che altro fare, ma mi piace farlo. Non so se ho fame o nausea, non importa, tanto non c'è niente da mangiare, c'è il the che al mattino mi fa vomitare. Questa notte abbiamo parlato da grandi intellettuali, ti ho fregata. Avevo voglia di smontare quest'aria da filosofetta, ti ho citato un poeta di cui, dici, hai sentito parlare, era il nome del gestore del bar, scritto sullo scontrino, ma non te lo racconterò. Non ho niente da vincere e non voglio farti male. È normale che con quel nome da figlia di signora amante delle telenovela, tu voglia darti un tono.
Credo che parlare di massimi sistemi ora sia la cosa più grottesca che si possa fare. Ti dico che mangerei un'insalata con le tue tette, rido immaginando una donna nuda senza seno, mi rispondi con una battuta che non fa ridere, ma che mi piace ripensare. Mi fermo per un po' a guardare il cucchiaino, ma ormai non c'è un motivo per restare, ho ancora qualche ora da perdere, non qui. Ti saluto, quasi sicuramente non ci vedremo più, i numeri ce li siamo scambiati, giusto per non sentirci persone poco serie. Mangerò, mi stuferò, fumerò una sigaretta che mi farà schifo, mi stuferò ancora e partirò. Non saprai mai quello che penso, e forse non lo sa nessuno, e di certo quel che pensi tu non lo saprò mai, e non mi importa, non ci conosceremo. “Arrivederci”, è una bugia, ma anche un bel ricordo.

Tuesday, 29 November 2011

I Blocchi Viola

Seconda parte del post “Soltanto un porto, in Israele”.

Il porto di Ashdod è uno scalo importante che si stende lungo il litorale come una costola di cemento attaccata dal mare alla Terra Santa e, per arrivare al varco d'uscita che avevo in mente, impiegai almeno mezz'ora.
Il cielo era nuvoloso, ma stava lentamente aprendosi e la giornata era mite. Dopo dieci minuti di marcia passai accanto a due pullman parcheggiati che avrebbero potuto essere i famosi Shuttle Bus per i passeggeri della nave, obbligatori per uscire dal porto, ma tutti i cartelli e le scritte erano solo in caratteri ebraici. Eppoi non c'era nessuno, nemmeno l'autista - pur essendo la portiera spalancata- a cui chiedere informazioni. Stando così le cose mi sentii autorizzato a non capire e a proseguire per la mia strada tenendo sott'occhio i movimenti di uno di quei giganteschi montacarichi a quattro zampe che servono per spostare i blocchi colorati, ma dalle tonalità slavate, dei container.

Quando arrivo al Gate il primo con cui incrocio lo sguardo è un ragazzo biondo leggermente in disparte rispetto al passaggio a livello che lascia passare le auto con brevi interruzioni. Sembrerebbe di origini slave e mi guarda con diffidenza, ma non dice niente. Ci sono però altri due, un ragazzo dalla carnagione olivastra e i capelli scuri, e una ragazza dai lineamenti tipicamente indiani. Sono loro che fermano le macchine e chiedono i documenti. Vestono la stessa uniforme grigia che da ora in poi indosseranno tutti quelli che mi fermano per i controlli.

Sventolo il mio pass e faccio per andare, dando per scontato che mi prendessero per un turista, ma il ragazzo dai capelli neri mi richiama indietro, quasi sorpreso. Gli mostro il documento e prima di visionarlo chiama a sé il suo collega biondo, come per mostrargli e insegnargli una cosa nuova. Ha l'atteggiamento di chi conosce il proprio mestiere, mentre il secondo ha un'espressione dura e si limita ad ascoltare. Non posso fare a meno di notare che entrambi sono molto giovani e probabilmente hanno meno dei miei venticinque anni.

Dopo aver letto le mie generalità mi dice “I love Italy, but you can not go this way. This is only for cars and I can not chek you properly.* Devi andare al Gate numero 3 che è laggiù in fondo.
Rispondo sullo stesso tono, esprimendo la mia delusione per quella precauzione a mio avviso eccessiva, ma non faccio cenno all'equazione “mi piace il paese da cui provieni perciò mi piaci anche tu”, perché so bene che può essere una cosa ben più profonda della boutade da poliziotto che potrebbe sembrare e sinceramente non ho voglia di impelagarmi. Trascurando di prendere in considerazione che i tratti somatici di loro tre soli coprono buona parte dell'Eurasia. Laggiù in fondo? Ma dove esattamente?
Vai dritto sino alla rotonda, poi chiedi.

Vado allora verso il Gate numero tre ora che il sole si è levato e sull'asfalto strisciano nugoli di sabbia fine. Alla sinistra, sulle pareti di una di quelle lunghe costruzioni che fanno da magazzino e allo stesso tempo servono a caricare i camion, sono dipinti dei murales, ma i loro colori hanno poche sfumature e il gioco di prospettive ne risulta schiacciato. Anche i loro motivi non sono originali: una grande cerniera che si apre su uno sfondo di un'altra tonalità; il volto dell'uomo gigante che cerca di farsi breccia attraverso una specie di velo per irrompere in questa dimensione; un ragazzino vestito da corridore che, tra grossi cubi viola, sostiene a sua volta sulla schiena un grosso cubo viola nella stessa posizione in cui Atlante mantiene sollevata la volta celeste.

La sostituzione del Titano barbuto con la figura di un fanciullo, dalle evidenti aspirazioni atletiche, non mi convince affatto. Anzi, la sensazione di pesantezza che ne deriva sembra essere insuperabile, mentre ho sempre pensato che sotto lo sforzo del Titano, impegnato per punizione a tenere separati la terra dal cielo, fosse possibile una realtà di cose minute, generatrici di un certo grado di serenità.

Le immagini di questi graffiti invece, mentre mi dirigo allo spartitraffico per poi svoltare e avviarmi al Gate numero 3, danno luogo a un non precisato affanno senza punte di originalità. E la figura del ragazzino corridore, più di tutte, potrebbe fare da illustrazione a uno di quei racconti sulle adolescenze difficili che si leggono sulle antologie di terza media.


Fine della seconda parte.


Niccolò D.

*Mi piace l'Italia, ma non puoi passare di qui. Questo passaggio è solo per le auto e non ti posso controllare come si deve.

Saturday, 19 November 2011

Soltanto un porto, in Israele.

Prima Parte.

In Israele non mi è riuscito di allontanarmi dal porto. O meglio, ce l'ho fatta solo per qualche minuto, ma in un punto in cui davanti a me vedevo ancora container e l'unica terra che ho potuto calpestare, a parte l'asfalto, è stata quella di alcune aiuole sporche di cartacce, lattine e brandelli di copertone.
Non so spiegare perché sia andata così, forse perché quando eravamo ancora sul ponte della nave, prima di arrivare, si era sparsa la notizia che era vietato aggirarsi a piedi per i dock ed era obbligatorio prendere lo Shuttle Bus o il taxi per andare almeno sino al vicino centro di Ashdod. Credo sia stato in questo modo che la mia curiosità, in maniera inconscia, si è ripiegata sulla circostante area demaniale, nell'arco della manciata di ore a disposizione.

I controlli però, erano iniziati sin dal giorno prima. A Cipro una delegazione israeliana, composta da quattro ragazze in abiti civili e un solo uomo oltre i cinquanta in tuta bianca e celeste, avevano controllato i passaporti e le facce di ogni membro dell'equipaggio intenzionato ad uscire. Qualche secondo occhi negli occhi e, se non vi fosse stato scorto il Maligno, veniva rilasciato un foglietto di carta con la foto e i dati personali, valido solo per la sosta della nave nello stato ebraico.

Tuttavia, oltre a questa ispezione evidente a tutti, per entrare in Israele sono stati necessari prima e durante l'approccio l'invio di una documentazione minuziosa con i dati di tutte le persone a bordo e l'acquisizione di un contatto costante via radio VHF direttamente con la Marina Militare Israeliana. Anche in questa occasione, le onde del canale 67 trasmettevano una voce di donna che una dopo l'altra dirigeva le navi alla rada, evitando di farle passare per una “no-go area”, non segnalata sulla carta.

A poche miglia dalla costa, sono frequenti gli avvicinamenti di navi da guerra e in cielo il volo di aerei militari. Nel nostro caso, quando si poteva già scorgere in lontananza l'entrata del porto, un'imbarcazione di pattuglia carica di soldati dalle facce grevi e i fucili spianati, ha percorso un giro in senso orario attorno alla nave. Saranno stati più di una ventina, uomini e donne, tutti in piedi e disposti prevalentemente in due cerchi serrati, uno a prua e l'altro a mezzo, dandosi le spalle tra loro in modo da essere rivolti tutti verso l'esterno. Si è trattato quasi di un'apparizione perché la loro lancia agile e svelta, pur non tralasciando di posare uno sguardo oltremodo attento, sparisce velocemente tra noi, nave passeggeri, e altre due mercantili che aspettavano l'arrivo del Pilota per essere condotte all'ormeggio.

Era mattino presto e l'unica luce era una striscia gialla dietro ai palazzi in lontananza, per il resto era tutto metallico, il cielo coperto e il mare mosso. Ashdod non doveva essere una bella città, a vedere il suo profilo da lontano sembrava un po' squallida, ma non m'importava. Succede molte volte di non trovarsi in città eccezionali, ma non per questo la voglia di vedere coi propri occhi come la gente ci vive svanisce. L'avrei visitata volentieri, desideroso di conoscere la sua quotidianità durante una mezza giornata di novembre.

Sbarcai finalmente dalla nave e sulla banchina un ragazzo e una ragazza vestiti di jeans stretti e felpa neri aspettavano i passeggeri discendere la scaletta seduti vicino a un metal detector, che così collocato sul molo, con le grandi distanze che si potevano vedere attraverso, sembrava strano come una porta collocata in uno spazio aperto. Lei doveva essere l'incaricata principale di quell'ispezione e spegnendo una sigaretta per accendersene immediatamente un'altra, con un'espressione dura mi chiese di posare tutto quello che avevo con me su un tavolino e di rigirare le tasche dei pantaloni. Chiavi, macchina fotografica, cintura: nessun problema.

Varcato questo primo controllo, non vedo attorno a me nessuno Shuttle bus o altra indicazione che ne faccia cenno, solo due taxi con un prezzario che non riesco a decifrare perché non mi sono chiesto sino ad ora quanto valga uno Shekel. Sulla sinistra però ci sono dei grossi hangar e un cartellone con su scritto Duty Free. Dentro vi si trovano una serie negozi scintillanti che attraverso interessandomi distrattamente a un Hard Disk portatile, per poi arrivare presso una porta di vetro che spingendo, senza nessuno sforzo si apre.

Eccomi libero di vagare per il porto senza che nessuno faccia caso alla mia presenza domandandomi perché mai potesse essere proibito e tra gru, lamiere e bomboloni di gas su carrelli a rotaia, dirigermi istintivamente verso l'uscita più vicina alla città.



Fine della prima parte.

                                                      Niccolò D.

Tuesday, 18 October 2011

Quartiere Karaköy, Istanbul.

È una gelida mattina d’autunno su tutto il Mar Nero e il vento sempre più forte comincia a montare le onde proprio mentre la nave discende verso il Bosforo, anche se una volta giunti nello stretto il mare si placa nuovamente e la costa ci accoglie con un abbraccio notturno dai mille occhi di lampade accese.

Alle sei è ancora scuro e lungo le sponde si leva il canto salmodiante della preghiera del mattino accompagnato dai suoni metallici dell'altoparlante e da uno strumento che non conosco. Se si esce sull’aletta non è raro accorgersi dell'arrivo in un nuovo porto dal cambiamento degli odori, ma la bassa temperatura oggi ostacola questo primo presentarsi della città, soffocando l'odore che la terra suda ed emana a miglia di distanza, pur potendo ancora riconoscervi una nota di amaro che ricorda l’ultimo sorso di una tazza di tè.

Si fa giorno e la nave è ormai all’ormeggio davanti alla cittadella di Galata, una collinetta affollata di gente e di palazzi, sormontata da una torre cilindrica col tetto a punta che costruirono i Genovesi secoli fa.

Dall’altra parte del canale, oltre due grandi moschee, si alza in volo un immenso stormo di anatre selvatiche che a strisce nere coprono il cielo di Istanbul per qualche minuto. Non avevo mai visto uno stormo così grande, centinaia e centinaia di anatre disposte in fila lunghissime e ordinate, separate dallo stesso settore di cielo. Ogni striscia è tracciata da tanti puntini concentrati verso la stessa direzione che scemano velocemente all'orizzonte tra i sottili minareti.

Queste anatre improvvise m'hanno messo allegria e forse ispirazione, così chiedo il permesso di uscire per andare a scattare qualche foto. In strada, dopo un attimo di agitazione dovuto al comportamento anomalo della mia macchina fotografica, comincio a fare fotografie a casaccio. Il piccolo schermo a cristalli liquidi non mostra alcuna differenza di luce cambiando l’ampiezza del diaframma, una cosa che mi turba, ben sapendo che qualche decennio fa era a questo modo -senza essere certi della luminosità sino all'ultima fase di sviluppo- che si facevano le fotografie. Dopo un'oretta, tra le calli e i mattoni di Karaköy, un tempo Galata, tutto ritorna come prima senza aver toccato alcun tasto in particolare. Misteri della tecnologia.


                                                                                                                  Niccolò Doberdob

Wednesday, 17 August 2011

Nostalgia e l'Albero del Desideroso

Quasi un anno fa ho preso un aereo( in realta' 4) e sono partito verso il totale ignoto. E' sempre cosi', sei sicuro di quello che fai, sei convinto che la strada sara' in salita, sei sicuro di sapere cosa lasci indietro, e sei sicuro che quando torni(perche' sei sicuro di tornare) tutto sara' come prima.

Ricordo quella mattina a fine novembre quando i due intrepidi fratelli Erjavec sono passati sotto un enorme scritta appesa da parte a parte nel corridoio dell'aereoporto con scritto G'DAY MATE! WELCOME TO AUSSY!
Ed eccoci qua, come volevamo, siamo lontano, siamo liberi, siamo diversi, siamo vivi e abbiamo un anno di avventure da condividere e 2 borse piene che contro ogni logica sappiamo che andremo a riempire anche di piu',di vita vissuta e ricordi.
Usciamo dall'aereoporto, ci accendiamo la prima sigaretta dopo interminabili ore di film di seconda scelta sul retro di un sedile e cortesie asiatiche di tutti i generi, io spiego a Gaia cose di cui credo di conoscere il funzionamento, lei si guarda attorno come fa un bambino al suo primo giorno di scuola superiore; ora siamo qua e dovremo imparare ad avere a che fare con 2 cose: la Vita (mentre fin'ora eravamo protetti dalla rete chiamata affetti/famiglia) e la Nostalgia(che fin'ora ci aveva solo fatto piangere sui finali di certi film).
Vita non e' un concetto che posso mettermi a spiegare cosi' su due piedi, sono millenni che tutti ci provano e si finisce sempre con l'inventare un dio, una genesi, delle regole e delle punizioni, quindi mi dedichero' alla nostalgia, la mia ossessione e speranza.

Prima di fare una scelta come quella di andare in Australia per non si sa quanto tempo, uno si costruisce sempre una specie di "albero di idee" in cui alle radici troviamo la vita che uno ha sempre fatto con le sue diramazioni di interessi, ambienti, amicizie,e strade da evitare;

le radici sorreggono il tronco, che e' fatto di tutto quello che ci puo' essere tolto solo con risvolti funebri, la struttura portante, il nucleo, the core, coloro che per te darebbero tutto e per cui tu sacrificheresti ogni tuo possesso fisico e non;

poi ci sono i primi rami, quelli che nascono direttamente dal tronco;
alcuni sono piu' grossi e con una base solidamente ancorata al tronco e sono coloro di cui la nostra vita e piena, non possiamo fare a meno di loro, vero amore e veri amici sono tutti qua. I rami in questione non necessitano da parte del viaggiatore contatti eccessivamente frequenti, non chiedono qualcosa in cambio di qualcos'altro, sono persone il cui solo pensiero ti fa cambiare lo stato d'animo, l'immagine di un sorriso che ti cambia la giornata(voci ed espressioni e movimenti che hai visto ripetersi talmente tante volte che sono dentro di te, devi solo cercarli....sono parte integrante della Vita....);
alcuni sono meno stabili, si sono ancorati al tronco principale ma ci sono arrivati per vie preferenziali, non si puo' assicurare che reggano l'urto di una partenza o che tengano il peso di un addio.

infine dai primi rami ci sono infinite diramazioni di rami rametti che ciclicamente creano boccioli, foglie, fiori, polline, allergie, colori, indifferenza, marciume, humus.... insomma la vita di tutti i giorni che passa e non si ferma mai.

insomma prima di partire uno si fa un trip nel suo albero, parte dalle radici e si arrampica fin su in cima dovendo scegliere in quest'arrampicata un milione di volte tra A e B, tra 1 e 2, tra vecchio e nuovo, tra amore e Amore.

la mia arrampicata e' stata terribile, mi sono ferito, e ho pianto per tutto il tronco e non solo, sono coperto di ciccatrici e ho anche alcune ferite aperte che sembrano non avere capacita' di coagulazione, ma ad un certo punto ho visto il cielo ho fatto lo scatto finale e sono volato via...puff....svanito, scomparso, prima c'ero, poi non c'ero piu'.

il brutto di arrampicarsi sul proprio albero prendendo su di esso un sentiero ben definito e' che lentamente i rami non scelti o i fiori ignorati muoiono, o cominciano a soffrire e molto di rado hanno una forza e voglia di crescita tale da raggiungerti in cima da qualche parte, al prossimo livello.

Ora e' il diciassette agosto 2011 ho ventiquattro anni, un milione di errori alle spalle (che pero' mi hanno dato una visione del mondo molto piu' variegata di quella che puo' avere chi di errori non ne ha fatti), ho passato mesi interi a domandarmi chi cazzo me l'abbia fatto fare(poi guardavo mia sorella crescermi di fianco e capivo chi me l'ha fatto fare), sono passato dall'essere uno studente scapestrato ad essere un commis chef nel miglior bistro di cucina francese a Melbourne; dall'essere un ragazzino che studiava la chitarra svogliatamente per gli esami del conservatorio a passare ogni minuto libero con una chitarra in mano cercando accordi, melodie, rime e giochi di parole che soddisfino la mia sete di musica; ho ricominciato a leggere( abitudine persa per tutta la mia fase post adolescenziale)e leggo libri di storia!!(il mio babbo ne andrebbe fiero;> ), ho incontrato persone, con cui ora condivido i miei attimi quotidiani, che si stanno conquistando velocemente un posto sul mio troco principale, vivo in una bella cameretta all'incirca circondata dal verde, sto imparando(molto lentamente) a suonare la tromba e posso vedere i miei obbiettivi materializzarsi lentamente all'orizzonte.

Ma provo nostalgia
e la nostalgia mi isola, piu' io provo nostalgia, piu' non voglio pensarci; piu' non voglio pensarci, piu' il tempo passa; piu' il tempo passa, piu' sono le cose e le persone che lentamente cadono come frutti maturi seminando semi, magari proprio sotto al mio albero, magari lontano dove non li trovero' piu'.

Ma la nostalgia ce l'avro' sempre in borsa con me, la trovero' sempre nel portafoglio, e ne riempiro' interi taccuini e magari qualche disco, perche' sono nato sotto una stella in movimento, sono figlio di una terra di nessuno(viaggiando ti rendi conto che Trieste non e' collocabile in nessuna nazione...men che meno in Italia), ho sangue slavo, cittadinanza italiana, parlo in inglese e faccio cucina francese, voglio diventare tutto e voglio essere me stesso, voglio parlare con tutti e sapere cosa sanno, voglio stare da solo, voglio pensare e voglio che la gente mi indichi col dito quando cammino.

Credo percio' di poter affermare che che la nostalgia diventa cronica in coloro che che assecondano i desideri e di conseguenza colpisce tutte le persone che fortunatamente o sfortunatamente entrano a far parte "dell'albero del desideroso".

mi scuso con chiunque sia stato in quelche modo segnato dalla mia partenza e spero un giorno di poter condividere con voi tutto quello che sto imparando.

piu' avanti esprimero tutti i concetti sopra elencati in musica, al momento non ho la tecnologia per condividerli con voi sulla rete.

e come ultima cosa mi scuso per l'uso improprio di accenti e apostrofi, ma scrivo da una tastiera australiana non da una italiana.

from Aussy with love.

Go.


Monday, 20 June 2011

Il Naufrago e lo Stoccafisso

Storia della scoperta del baccalà

Nei pressi di Trollfjørd 
( Nicc. Dob.'s ph. )

La caracca veneziana di Pietro Querini disperse il suo carico di ottocento botti di Malvasia in un punto non precisato al largo delle coste di Francia e Irlanda nel lontano dicembre del 1431.
La nave disalberata dalle frequenti tempeste era stata resa del tutto ingovernabile e il suo equipaggio scelse di abbandonarla su due imbarcazioni di emergenza, una lancia su cui si imbarcarono in 47, tra cui i tre ufficiali, e uno schifo su cui andarono altri 18 membri, ma di cui non si ebbe più notizia.
La scialuppa venne trasportata dalle correnti sino ad un'isola deserta dell'arcipelago norvegese delle Lofoten, ben oltre il circolo polare artico, con 16 marinai superstiti. Per riscaldarsi i naufraghi accesero dei fuochi che resero nota la loro presenza agli abitanti della vicina isola di Røst che li andarono a soccorrere.
Finalmente la sorte sorrise ai marinai veneziani e quelli trascorsi a Røst, furono per loro quattro mesi di lieto isolamento in cui vennero rifocillati e onorati dall'ospitalità di quelle genti nordiche, che scaturì in loro il più alto grado di sorpresa: 

« Questi di detti scogli sono uomini purissimi e di bello aspetto, e cosí le donne sue, e tanta è la loro semplicità che non curano di chiuder alcuna sua roba, né ancor delle donne loro hanno riguardo: e questo chiaramente comprendemmo perché nelle camere medeme dove dormivano mariti e moglie e le loro figliuole alloggiavamo ancora noi, e nel conspetto nostro nudissime si spogliavano quando volevano andar in letto; e avendo per costume di stufarsi il giovedí, si spogliavano a casa e nudissime per il trar d'un balestro andavano a trovar la stufa, mescolandosi con gl'uomini (...). »

(Pietro Querini, relazione per il Senato)