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Wednesday, 6 May 2015

Marguerite Yourcenar: il paradosso dello scrittore

Tanti pregiudizi e fantasie romantiche avvolgono la figura dello scrittore, ma in questa intervista -o forse è meglio definirla lezione- dell'autrice dell'Opera al Nero e di Memorie di Adriano, si comprende come quella dello scrittore non sia esattamente una professione. Si tratta piuttosto di una condizione esistenziale che richiede dedizione e un continuo lavorio interiore proteso al mistero dell'opera creativa, se non si vuole che la sua potenzialità venga vanificata.

Il video è sottotitolato in italiano, vedere: impostazioni.


Tuesday, 2 December 2014

Capitalismo in pezzi




Ogni sguardo che si avventuri oltre la finestra incontra, dall’altra parte della strada, l’insegna di un supermercato. Il suo nome, famoso in mezzo mondo, è una parola corta che suona buffa e vuota per la sua apparente assenza di significato. Le lettere che lo compongono ne attraversano il simbolo costituito da un ampio sole giallo, che si stacca dallo sfondo blu per il contorno rosso. È un sole immobile che esercita costantemente la sua pressione di luce al neon attraverso la nebbia e le foglie che cadono. Ed è in grado addirittura, sfruttando al massimo la sua carica artificiale, di guadagnarsi la capacità di diffondere calore nella monotonia di campiture di cemento armato e con l’inverno ormai alle porte. Eppure i corpi celesti di questa specie nascondono coi loro riflessi al neon, molto più di ciò che nelle vicinanze possono effettivamente rischiarare...

Da Luna e Gnac di Italo Calvino, Marcovaldo 1963 :

" La notte durava venti secondi, e venti secondi il GNAC. Per venti secondi si vedeva il cielo azzurro variegato di nuvole nere, la falce della luna crescente dorata, sottolineata da un impalpabile alone, e poi stelle che più le si guardava più infittivano la loro pungente piccolezza, fino allo spolverio della Via Lattea, tutto questo visto in fretta, ogni particolare su cui ci si fermava era qualcosa dell'insieme che si perdeva, perché i venti secondi finivano subito e cominciava il GNAC.

Il GNAC era una parte della scritta pubblicitaria SPAAK-COGNAC sul tetto di fronte, che stava venti secondi accesa e venti spenta, e quando era accesa non si vedeva nient'altro. La luna improvvisamente sbiadiva, il cielo diventava uniformemente nero e piatto, le stelle perdevano il brillio, e i gatti e le gatte che da dieci secondi lanciavano gnaulii d'amore muovendosi languidi uno incontro all'altro lungo le grondaie e le cimase, ora, col GNAC, s'acquattavano sulle tegole a pelo ritto, nella fosforescente luce al neon. 
 [...] 
- Ta-ta-tà... Hai visto, papà, che l'ho spenta con una sola raffica? - disse Filippetto, ma già, fuori della luce al neon, il suo fanatismo guerriero era svanito e gli occhi gli si riempivano di sonno.

- Magari! - scappò detto al padre, - andasse in pezzi! Vi farei vedere il Leone, i Gemelli...

- Il Leone! - Michelino fu preso d'entusiasmo. -Aspetta! - Gli era venuta un'idea. Prese la fionda, la caricò del ghiaino  ... "


Friday, 6 January 2012

Charles Dickens e il ritratto dei nostri tempi.

Omaggio nel bicentenario della nascita

Ricco, avido e senza cuore: è così che Charles Dickens dipinge Ebenezer Scrooge, protagonista del suo “Canto di Natale” (A Christmas Carol – 1843). Un classico che, in quanto tale, rimane sempre attuale e che si può quindi rileggere in ogni tempo senza correre il rischio di perdere il senso del suo messaggio. Se si pensa poi che l'occupazione di Scrooge è proprio quella del finanziere, ossessionato dal guadagno e dal profitto, che odia il Natale perché lo considera solo una perdita di tempo, viene in mente ancora più facilmente il Natale appena passato o comunque quelli a noi più vicini nel tempo.

Le minacce di tracolli finanziari e bancarotte alternano sempre più ai canti le note dolenti della crisi, una crisi che non è, ovviamente, solo economica. La corsa affannosa che caratterizza le nostre abitudini quotidiane ci fa perdere di vista tanti aspetti considerati ormai forse marginali, ma che sono in realtà componenti essenziali delle nostre esistenze e che contribuiscono ad arricchirle di calore e colore: l'unico calore per Scrooge era stato quello delle sue vestaglie di lana, in quanto ai colori, pensando alla Londra dell' 800, viene in mente facilmente il nero dei camini delle fabbriche, il grigio della neve sporcata dall'inquinamento, il marrone scuro del fango ammucchiato ai bordi delle strade.

Se da un lato, quindi, la rivoluzione industriale aveva portato progresso, ricchezza e comodità, dall'altro stava contribuendo all'imbruttimento delle campagne, in seguito allo sviluppo incontenibile di grossi centri urbani, e ad un cambiamento radicale dei ritmi di produzione e degli stili di vita. Cambiamenti di cui oggi possiamo vedere le conseguenze, che per certi aspetti, quali ad esempio quello ambientale, si manifestano ormai nelle maniere peggiori.

Ma, abbandonando Christmas Carol, dato che ormai il Natale è passato, viene in mente un altro celebre classico dickensiano, il cui titolo da solo basta per evocare la situazione presente: Hard Times, “Tempi difficili” (1854). Anche in questo caso, poco importa che la vicenda si svolga nell'immaginaria Coketown, nella Londra vittoriana o in una qualsiasi altra città, agli inizi del 2012; la galleria di personaggi, che la penna di Dickens ritrae in maniera abilissima, costituisce uno spaccato dei più diversi tipi umani, nei quali anche molti lettori contemporanei potrebbero facilmente riconoscersi. Oltre al progresso economico, la rivoluzione portò anche alla nascita di nuove classi sociali: “nuovi” ricchi e “nuovi” poveri, ma soprattutto molti self-made men, uomini “che si sono fatti da soli”, riuscendo a riscattare le loro umili origini grazie esclusivamente ai loro sforzi. Di uomini così, sicuramente ognuno ne conosce qualcuno, o ne ha sentito parlare; il lettore che dovesse imbattersi in Mr Bounderby, il self-made man dickensiano che appare per la prima volta nel quarto capitolo del romanzo, non potrà mancare di riconoscerne i tratti caratteristici.

Era ricco: banchiere, commerciante, industriale e chissà che altro ancora. Un uomo chiassoso, grande e grosso, con lo sguardo fisso e una risata metallica. Un uomo fatto di una stoffa ruvida e grezza che pareva essere stato stiracchiato per coprire un tale corpaccione. Un uomo con una testa grande e una fronte sporgente, solcata alle tempie da grosse vene turgide, e sul viso una pelle così tesa che sembrava tenergli aperti gli occhi e sollevate le sopracciglia. Un uomo che dava l'impressione di essere gonfiato come un pallone e pronto ad alzarsi in volo. Un uomo che non si stancava mai di tuonare che lui si era fatto da solo; un uomo che si vantava sempre, con il suo vocione strombazzante, che lui, un tempo, era stato povero e ignorante. Un uomo che era uno schiacciasassi dell'umiltà. (…) Aveva pochi capelli. Si poteva pensare che li avesse perduti per il troppo parlare e che quelli rimasti fossero sempre ritti e in disordine perché continuamente squassati dal vento delle sue smargiassate.

É questa la prima immagine che abbiamo di Mr Bounderby, nel giorno del suo compleanno, mentre ricorda il suo sfortunato passato, conversando con Mrs Gradgrind, moglie del suo amico Mr Gradgrind, un altro dei personaggi principali del romanzo.

Non avevo scarpe ai piedi. Quanto alle calze, non le conoscevo neppure per nome. La giornata in un fosso, la notte in un porcile: ecco dove ho festeggiato il mio decimo compleanno. Non che il fosso rappresentasse una novità, perché sono nato in un fosso. (…) Mia madre mi lasciò a mia nonna (...) e mia nonna, da quel che ricordo, è stata la donna più malvagia e perfida che sia mai esistita. (...) Aveva una drogheria (...) e mi teneva nella cesta per uova. È stata la culla che ho avuto nell'infanzia: una vecchia cesta per le uova."

Per arrivare, poche battute dopo, all'apice dell'elogio di se stesso (si noti, rigorosamente in terza persona):

Era destino che me la cavassi (…). Me la sono cavata, anche se nessuno mi ha mai dato una mano. Vagabondo, fattorino, vagabondo manovale, facchino, commesso, capufficio, socio, ecco Josiah Bounderby di Coketown. Ecco i miei precedenti e la mia vittoria. Josiah Bounderby ha imparato a leggere dalle insegne dei negozi, signora Gradgrind, ed è arrivato a distinguere le ore osservando l'orologio del campanile di St. Giles a Londra, sotto la guida di un ubriacone storpio, ladro recidivo e vagabondo cronico. Provate a parlare a Josiah Bounderby di Coketown di scuole comunali, di scuole modello, di scuole professionali e di tutta la sfilza di scuole esistenti, e Josiah Bounderby di Coketown vi dirà, chiaro e tondo, che è tutto bello e tutto buono - questi lussi lui non li ha mai avuti - ma ben venga la gente decisa, coi pugni solidi - l'educazione che ha formato lui non fa per tutti e questo lui lo sa - ma tale è stata, potrete costringerlo a bere olio bollente, ma non riuscirete mai a fargli negare i fatti della sua vita”.

La versione di Bounderby verrà poi contraddetta verso la fine del romanzo dalla sua stessa madre, che rivelerà, smascherandolo, che l'infanzia del figlio era stata felice e per nulla difficile e che lei mai aveva pensato di abbandonarlo.

Si tratta senza dubbio di una delle testimonianze migliori della maestria di Dickens, capace in pochi tratti e con poche, ben scelte, parole, di dar vita a personaggi immortali, amati da generazioni di lettori.
Dall'Inghilterra vittoriana, però, vorrei fare un salto nel tempo, fino agli anni '60 del secolo scorso, per incontrare un' altrettanto eccellente versione del self-made man dickensiano.
Quello che vi propongo è lo sketch degli Four Yorkshiremen, che la prima volta andò in onda nel 1967 per lo show satirico “At Last the 1948 Show”. Cambia il medium, la tv questa volta, e i personaggi sono quattro uomini benestanti, originari dello Yorkshire, appunto, che ricordano gli ormai lontani tempi difficili, facendo a gara a chi può “vantare” l'infanzia peggiore per finire, dopo aver aggiunto assurdità ad assurdità, con il solito “Eh, ma i giovani d'oggi...”.
I quattro “Bounderbies” sono John Cleese, Graham Chapman (entrambi futuri membri del gruppo comico dei “Monty Python”), Tim Brooke-Taylor e Marty Feldman, conosciuto da tutti come l'Igor di Frankenstein Junior.

Buona visione!




(Per vedere il video con i sottotitoli in italiano, cliccate qui)

                                                                                                                              Sara

Thursday, 27 October 2011

À propos: Amelia Rosselli

In risposta alle parole apolidi, le parole di un'apolide.


La lingua è viva e le parole sono capaci di attraversare latitudini, tempo e culture con gran facilità e versatilità. Le riflessioni del post "Le parole apolidi " di Niccolò, mi hanno fatto pensare subito alla poesia di Amelia Rosselli, cui già da tempo volevo dedicare uno spazio sul blog.

Sebbene non sia strettamente necessario ai fini di questo post, spenderò un paio righe per presentare brevemente alcuni dati biografici. Nata nel 1930 a Parigi dove il padre, l'antifascista Carlo Rosselli, risiedeva come rifugiato politico; dopo l'assassinio del padre (ucciso assieme al fratello Nello nel 1937) comincia per Amelia una vita fatta di costanti spostamenti, una vita da apolide, appunto. Vive in Svizzera, negli Stati Uniti, in Inghilterra, compiendo studi di filosofia, letteratura e musica. Gli anni '50 e '60 sono anni italiani, durante i quali si consolida la sua fama di poetessa.

Sarà Pier Paolo Pasolini a scoprire – come si dice in questi casi – l'unicità della sua poesia e a permettere che ventiquattro dei suoi primi componimenti vengano pubblicati sulla rivista di letteratura Il Menabò, nel 1963. Parlo di unicità perché la poesia di Amelia è davvero impossibile da inquadrare all'interno dei movimenti poetici e letterari dell'epoca: anzi, personalmente trovo che classificazioni di questo tipo siano sempre difficili da fare. In questo caso è chiaro che non vale nemmeno la pena di fare un tentativo.

“La lingua in cui scrivo volta a volta è una sola, mentre la mia esperienza sonora logica associativa è certamente quella di tutti i popoli, e riflettibile in tutte le lingue”, dichiara la stessa autrice.



La sua poesia è prima di tutto una ricerca di affinità sonore, più che di significati, e spesso trascura sintassi ed altre regole della lingua italiana. Di fatto, la lingua in sé diventa un'entità non più limitata, ma aperta. I confini tra idiomi svaniscono, le parole vengono smontate fino ad ottenerne solamente le componenti principali, vengono accostate per dar vita a singole immagini che si susseguono tra verso e verso, ed in certi casi vengono rimontate per ottenere un' armonia, un accordo. Lo scopo è quello di creare un linguaggio universale.

Così come vengono a mancare i confini tra lingue, cadono anche le divisioni tra pubblico e privato: dai suoi versi sprigionano riflessioni tanto intime quanto comuni, riguardanti la situazione storica contemporanea all'autrice. Una dimensione presentata per mezzo di versi che “sanno trasmetterci in modo lancinante la percezione della normalità dell'orrore, della quotidianità come dominio privilegiato del terribile”, come commenta Pier Vincenzo Mengaldo.

Pasolini definisce quella di Amelia una scrittura basata sul lapsus “inserito nella serie di borchie, di cui questa lingua – nata come fuori dal cervello, quasi proiezione fisica di un involucro spirituale razionalmente inesprimibile – ha bisogno di costellarsi, per presentarsi come prodotto culturale riconoscibile, leggibile. (…) certamente la Rosselli sa di fare esperimenti linguistici scoperti, in un laboratorio pubblico”.

Mi rendo conto di dilungarmi forse un po' troppo in citazioni altrui, che alle volte possono apparire noiose o di troppo, però confesso che al momento non saprei definire meglio l'unicità di Amelia Rosselli.

Sebbene apparentemente possa sembrare casuale, quindi, la scelta delle sue parole è in realtà calcolata fin nei minimi dettagli, in quanto esse formano parte di un più ampio sistema – il verso, la strofa, la lingua stessa – basato su esatte corrispondenze musicali, determinate quasi in maniera matematica. Questo lo si può evincere soprattutto con la lettura ad alta voce delle sue poesie, senza però dovere o volere a tutti i costi trovarci senso, significato, autenticità. “Cercatemi e fuoriuscite” esorta la Rosselli, che ancora afferma:


Io non sono quello che apparo – e nel bestiame

d'una bestiale giornata a

freddo chiamo

voi a recitare.



Attraverso una scrittura visionaria, frammentaria, ma per certi versi anche molto razionale la poetessa esprime una personalità complicata da uno stato psichico costantemente turbato, fragile e soggetto a depressioni, che la porterà infine al suicidio, nel 1996, nel suo appartamento romano.

Il video che vi propongo rappresenta a mio avviso una buona introduzione ad Amelia Rosselli, vale la pena di dedicarci 5 minuti di tempo.

Sara

Monday, 15 August 2011

Il bello, il brutto è Lucini


Facendo un po' di zapping svogliato, l'altra sera mi sono imbattuta in una trasmissione su d'Annunzio e il Vittoriale il cui livello di feticismo sfiorava la comicità -ahimè la leggenda delle costole sembrerebbe esser falsa- e mi son ricordata di Gian Pietro Lucini, un poeta di cui nessuno metterà in una bacheca le scarpe, anzi, la scarpa, visto che un piede non c'era più. Lucini è un poeta attivo nel panorama culturale italiano dagli anni '90 dell'Ottocento fino al 1914, anno della sua morte. È un personaggio di difficile collocazione, raramente citato, spesso ai margini di qualche discussione su riviste specialistiche. Figura che fu quasi ignorata dai contemporanei, è stata ripresa appena attorno al 1970 dalla critica senza una conseguente divulgazione su larga scala. Forse la causa di questo oblio e delle varie incomprensioni che l'hanno visto etichettato ora come scapigliato, ora come futurista, è da ricercarsi nella complessità che affiora costantemente nelle sue pagine poetiche e teoriche. La sua è un'opera organica e non antologizzabile, del resto è lui stesso a dichiararci il disprezzo per le antologie: “Conosco l'imbecilli delle Antologie colle malinconie di castrare le statue e le liriche e di sciupare, nella melma, i fiori.”
Per creare un'etichetta flessibile, direi che Lucini è un simbolista che ha 'scavalcato' il decadentismo (di un simbolismo frutto d'una propria sperimentazione e di una continua elaborazione d'una vastissima e variegata cultura, non d'importazione di modelli precostituiti), arrivando, per una strada tutta sua, alle soglie dell'avanguardia. In lui infatti si intravede qualcosa che sarà dell'espressionismo e, come dichiarerà lo stesso Marinetti, il futurismo ne è debitore-soprattutto per le sue teorizzazioni sul verso libero-.
Dal simbolismo però s'allontana per quanto riguarda il concetto di parola puramente evocativa, del decadentismo non può accettare la tendenza all'autocommiserazione e dell'avanguardia futurista non condivide l'eccessiva volontà di rottura oltre che alcune idee politiche; il distacco dal movimento sarà definitivo al momento dei dibattiti colonialisti. L'edificatore barbarico sarà reclamato e riconosciuto da Marinetti, ma gli si negherà. Nella sua diffida alla prefazione futurista delle sue Revolverate se ne leggono le ragioni e direi quasi la sua stessa poetica:
Dobbiamo riconoscere, scoprire, occupare, impadronirci, non distruggere.
Bisogna essere coetanei di qualunque generazione a venire.
E ancora, quel che vorrei veder scritto sulla porta di ogni accademia, scuola, teatro, museo..:
La vera distruzione è fare un'opera d'arte tale da offuscare le precedenti.
Di certa avanguardia lo infastidisce la volontà di fuga, per Lucini l'arte è anche sofferenza e per lui c'è da amare ciò per cui si soffre, ricordando però che “menar vanto è ridicolo”. La sua vita fu di certo piena di sofferenza: colpito da una malattia terribile, era storpio al punto che è stato detto che a confronto Leopardi poteva definirsi un bell'uomo, ma l'infermità non la leggiamo se non nelle biografie, dalla sua poesia non ce ne potremmo accorgere. Sofferenza ed un po' d'orgoglio (ed una visione molto lucida sulla problematica del destinatario della nuova poesia) si possono poi intravedere dalla corrispondenza riguardo le vendite, poche decine di testi comprati, la maggior parte regalati, edizioni rare e spesso clandestine, idee di un anarchico convinto, anticlericale fino al midollo che gridava contro tutti e tutto, contro trono ed altare, senza mai assolvere la massa, grida di un geniale individualista che nessuno ha avuto voglia di ascoltare. Solo Sanguineti ha saputo cogliere il meglio di questo poeta, e ha saputo, con un ottima critica, definirlo nostro contemporaneo (circa 40 anni fa, ma le ragioni sono ancora valide) le cui figure d'odio sono ancora le nostre.
E quanto avrebbe odiato il documentario che me l'ha fatto tornare in mente! Lui che, pur essendo vittima di un'infatuazione giovanile, è finito per scrivere l'Antidannunziana dicendoci che l'artista è qualche cosa di più di un venditore di bijoux cesellati alessandrinamente, ma pauroso del vivo raggio del sole e che madama retorica si è fatta acconciatura ed abiti di ogni sorta di rigatteria, tutto ciò che è vecchio senza essere antico.
Voglio immaginare il suo fantasma che s'aggira per il Vittoriale, mentre osserva i turisti e le bacheche, chissà che capolavoro sta scrivendo!

Le opere di Lucini non si trovano nelle librerie, nelle biblioteche si può reperire molto, non tutto. Consiglio Le revolverate e Le nuove revolverate a cura di Sanguineti, edizioni Einaudi.

Un assaggio di versi dal Congedo alle revolverate:

Uscite, giovanetti dalle coscienze bianche spappolate,
uscite, giovanetti edulcorati,
laminati dal buon terz'ordine boschino,
riconfortati all'aure impoverite
de' respiri melensi e cittadini;
nonzoli, uscite, libidinosi
bitorzoluti dall'onanismo,
emuniti liceisti di mal francese,
madamigelle pallide di leucorrea,
chierichetti mignoni insatiriti,
vittime, collegiali, compiacenti;
uscite galantuomini meschini
e nevrastenici di monarchia,
belle speranze e prodotti d'Italia,
eroi da un soldo, poetini in fregola,
poetesse di rossor catameniali,
pie prostitute de' confessionali
scintillanti ufficiali inuzzoliti,
monaci,monacelle,
abati modernisti,
incapucciati modernisti del vecchio rituale;
uscite fuori funzionaretti indebitati,
facili prosseneti delle spose
languide, intenzionali e feministe,
cornuti compiacenti per il benessere della famiglia
che s'aumenta e insiste capriciosetta;
uscite fuor per la densa fanghiglia
dell'alba lutulenta e miseranda:
-lumache viscide tentano il passo,
molli tentaculi sporgono a prova;
or sì, or no, si giova il mollusco flacido,
chiocciola o piovra lattiginosa e crudele;
or no, or sì, pretende l'invertebrato il pasto:-
no, Gente-per-bene! Domani,
saran tutte le strade sbarrate, ingombre di cadaveri;
vostri cadaveri affratellati:
sian tutte queste carogne sociali
che abbattei con piacer, l'una sull'altra,
con giuste e numerate revolverate.

1908

Wednesday, 8 June 2011

Stanze di Lorenzo Mattotti

Un uomo,una donna e una stanza.
Il racconto puramente illustrato dell'amore in tutti i suoi colori e umori.
Avvalendosi di diverse tecniche,incisioni a punta secca,pastelli,inchiostro su carta nepalese, Lorenzo Mattotti esprime in maniera non convenzionale sentimenti in cui ogni amante "colui che ama" può riconoscersi.Tenerezza,rabbia,comprensione,passione,sofferenza.
208 pagine per ritrovarsi in quei corpi timidi e lenti.

Edizioni Logos.





















Grazia

Monday, 6 June 2011

A Celtic Miscellany

Kenneth Hurlstone Jackson è stato un linguista e traduttore specializzato in lingue celtiche, poco conosciuto in Italia perché non credo che le sue opere siano mai state diffuse nel nostro Paese.
Fortunatamente, qualche settimana fa mi sono imbattuto in un'antologia di brani originariamente in lingue gaeliche da lui scelti e tradotti che ripercorrono le letterature celtiche d'Irlanda, Scozia e Galles dal nono al diciannovesimo secolo.
Attraverso ballate, epigrammi e soprattutto molti frammenti in prosa, A Celtic Miscellany (1951) è un testo prezioso per chi voglia cominciare ad addentrarsi nell'immaginario dei celti e liberarsi dalle molte sfumature preconcette createsi soprattutto in epoca romantica.
É reperibile tra le edizioni Penguin Classics su internet e nelle biblioteche universitarie, ovviamente in lingua inglese.
L'opera consta di 10 capitoli, ognuno dei quali preceduto da un'introduzione di K.H Jackson che fa luce attorno ai topoi presi ad esempio:


Cap.
  1. Hero-Tale and Adventure: illustra la fase epica della letteratura gaelica dell'Ulster. 
  2. Nature: l'isolamento della cultura celtica le ha permesso di preservare la freschezza di un immaginoso adolescente nel suo guardare agli elementi naturali.
  3. Love: l'amore ha avuto un ruolo marginale nella letteratura celtica almeno sino al tredicesimo   secolo, quando le influenze della poesia francese e provenzale si fecero più forti.
  4. Epigram: un capitolo che comprende composizioni di pochi versi di tre filoni principali Irish, Welsh e Welsh Englyn.
  5. 'Celtic Magic': lo spirito che emerge da questi brani differisce considerevolmente da quello che ci si potrebbe banalmente aspettare.
  6. Description: la potenza dello sguardo di queste letterature non preferisce alcuni soggetti a discapito di altri ed è particolarmente sensibile al fascino dei colori.
  7. Humour and Satire: non si può pensare che nella terra di Swift, Shaw e Joyce possano mai essere mancati questi due elementi.
  8. Bardic Poetry: i bardi erano i poeti di corte che componevano seguendo metriche complesse per celebrare i propri signori. Ciò nonostante, in molti casi la brillante immaginazione celta affiora al suo meglio anche in questo genere di composizioni.
  9. Elegy: raccolta di componimenti a carattere meditativo.
  10. Religion: gli irlandesi hanno sempre amato i buoni racconti e nel Medio Evo un buon racconto che trattasse di religione era per loro irresistibile. Non importava poi troppo se questo fosse considerato canonico o meno dalla lontana chiesa di Roma.


Alcuni brani de A Celtic Miscellany saranno in futuro proposti in italiano su circoloMarlow.