Questo mio sonno che non si stacca dalla nuca
e avvolge come coperta calda le tempie. Coperta che si strugge per me con
mille risolini, o alga che m’intrilgia sul fondo della Malacca.
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Friday, 25 May 2012
Questo mio sonno.
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Location:
Strait of Malacca
Saturday, 14 April 2012
A Vladivostok fa talmente freddo.
A Vladivostok
fa talmente freddo che al mercato vendono la carne in fettine sciolte, senza
confezione, disposta come arance in cassette di legno o di cartone. Si sceglie
il taglio appropriato, quello che si preferisce, frugando con la mano tra le
fette rosse intarsiate di lardo, dure come pietre e che rimescolandosi fanno
rumore come grossi pezzi di lego. Lo stesso avviene per il pesce, disposto in
cumuli piramidali dai tanti occhietti fissi, giallini, e dalle pinne caudali
ritorte e irrigidite.
Tra queste e altre mercanzie e tanti vasetti di caviale,
la signora di Vladivostok, foulard annodato sotto il mento, si aggira tra le
bancarelle di una bella giornata di marzo valutando silenziosa cosa porterà sul
piatto.
Subito dopo il
porto, il centro si presenta con un grande monumento alla Rivoluzione ai piedi
di una strada dritta, affollata dai passanti e auto con la guida a destra,
benché il senso di marcia non sia alla britannica. Sono infatti macchine usate
importate dal Giappone quelle che in maggioranza vanno su e giù per le vie di
questa città costruita su basse colline che mi restituiscono il profilo reale,
modesto, di un toponimo dal suono severo. I russi e gli ucraini che sono a
bordo con me, sbarcano curiosi anche loro di vedere questo lontano avamposto a
oltre due settimane di ferrovia da Mosca. Da qualche palazzo costruito tra otto
e novecento, dal ferro e molta edilizia popolare, si attendono una città
collocata oltre la portata delle attenzioni da parte dell'amministrazione
centrale, ma ne tornano quasi soddisfatti, stupiti dal carattere amichevole
degli abitanti. Stanislav si confida: “Devo dire la verità, pensavo peggio”.
| la baia ghiacciata |
Verso nord colline brulle si ergono dal pack immacolato, inaspettato.
Nicco.
Wednesday, 21 March 2012
Il 29 a Manila
Così siamo arrivati a
Manila ed è stata proprio una bella giornata di festa. Da mesi si respirava
sulla nave l'ansiosa attesa per questa tappa e un calendario nel crew bar
segnava i giorni che mancavo al 29 febbraio.
Quasi tutti i Filippini, la nazionalità più numerosa, aveva chiesto di far salire a bordo i propri parenti, per cui ad attenderci sul molo c'erano oltre cinquecento persone tra mamme, mogli, bambini, nonne e fratelli. Aspettavano tutti dietro una grata gialla che li separava dai controlli e da un biglietto da 3 dollari americani che li lasciasse entrare sulla banchina. Dappertutto, si vede, c'e' qualcuno che vuole ricavarci i soldi.
Quasi tutti i Filippini, la nazionalità più numerosa, aveva chiesto di far salire a bordo i propri parenti, per cui ad attenderci sul molo c'erano oltre cinquecento persone tra mamme, mogli, bambini, nonne e fratelli. Aspettavano tutti dietro una grata gialla che li separava dai controlli e da un biglietto da 3 dollari americani che li lasciasse entrare sulla banchina. Dappertutto, si vede, c'e' qualcuno che vuole ricavarci i soldi.
Ma l'emozione era
coinvolgente ed è stato un piacere vedere sfilare per i carruggetti grigio
azzurri della nave le solite tutte bianche e blu, avvolte da un nugolo colorato
di volti nuovi e sorridenti.
Ho chiesto a Cesar, il
Quarter Master, se anche lui avesse chiesto di portare su qualcuno. Better
go out.
Cesar ha deciso di
rompere il suo contratto con una giornata come tante, aggiro per la sua città.
Scendo anch'io e faccio
qualche scatto.
Niccolo'
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29 Febbraio,
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luoghi,
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Location:
Manila, Filippine
Wednesday, 22 February 2012
Conferme sul tempo perso
Ogni tanto
succede di ricevere delle conferme. Capita, ad esempio, quando si commette lo
stesso errore per la millesima volta perché non si è mai riusciti a venire a
capo di un difetto che ci si conosce bene e si è sempre avuto cura di
trascurare. In altri momenti invece, può avvenire mentre si legge un libro e in
poche righe si ritrova un dettaglio sul reale che ci si porta dietro sin
dall'infanzia, una sorta di convinzione mai esplicitamente espressa eppure
fondamentale. Si schiude allora da qualche parte una compressa di silenzioso
compiacimento, che porta ad immaginarsi di chiacchierare amabilmente con
l'autore di quelle frasi sotto il segno di una dichiarata fratellanza di
spiriti.
Recentemente
ho letto un passaggio che ho accolto come una grande conferma su un tema a me
molto caro, il tempo perso. Con questo intendo il tempo necessario, notevole,
che serve al compimento di quelle esperienze che si hanno solamente per il
fatto di esser-ci. Quando si rinuncia del tutto ad ogni pretesa di volontà e si
diventa assolutamente entità che assiste, come in un viaggio le ore trascorse a
guardare dal finestrino o nella sala d'aspetto ad osservare di sottecchi le
persone vicino, sedute o in piedi, buttando di quando in quando l'occhio sulle
riviste e i giornali.
Bene, alla
prima pagina di “Cattivi Pensieri” edito da Adelphi, Paul Valéry riporta con la
saggezza che posseggono coloro che anticipano le prime luci dell'alba per
destarsi e mettersi a scrivere:
“Ricordati che ogni mente è plasmata dalle
esperienze più banali. Dire che un fatto è banale significa dire che è
fra quelli che più hanno contribuito alla formazione delle tue idee essenziali.
Nella composizione della tua sostanza mentale più del 99% è costituito da
immagini e impressioni senza valore. Aggiungi poi che le concezioni inusuali, i
pensieri nuovi e singolari traggono tutto il loro valore da questo fondo
volgare che li fa risaltare.”
Nicco.
Tuesday, 25 October 2011
Le parole "apolidi"
Un'altra volta, parlando con degli indiani di Mumbai, è saltato fuori che il nostro “mangia” di io mangio tu mangi egli... a loro suona esattamente come “il tratto di corda che lega l'aquilone al bandolo con cui lo si porta in giro”.
In questo genere di parole “itineranti” si potrebbero forse inserire i cognomi, che nascondono al viaggiatore insidie fino al giorno prima insospettabili e da cui non potrà più liberarsi completamente nemmeno fuggendo lontano. Anche al Polo Sud infatti, in un angolino della sua mente gli resterà per sempre il pensiero: Oh mio Dio! Io.. quella cosa là?! E sicuramente i toponimi: al largo della Scozia siamo passati accanto a due isolette che si chiamano Luce e Barra. Oltre ad altre due che di nome fanno Canna e Rhum.
Infine, un occhio di riguardo merita il ramo delle parole “apolidi”, quelle che non appartengono a nessuna lingua in particolare, ma che vengono comprese dappertutto. Ancora un esempio? Ciop-ciop.
NiccoloD.
Monday, 26 September 2011
In odor di caffè
Abbrustolendosi, le bacche rosse, tra le foglie allungate degli arbusti di “Qahwah”, devono aver sprigionato nell'aria l'odore di una casuale torrefazione che probabilmente un vento caldo dell'ovest avrà avuto la forza di spingere fin sull'altra sponda del Mar Rosso. Attorno alle mura della città di Mokha, i Sufi per primi nei loro monasteri ricavarono dai chicchi tostati una bevanda simile a quella che conosciamo noi oggi e i mercanti yemeniti fiutarono l'affare che li arricchirà per secoli.
Dalle quattro alle otto del mattino, sul ponte buio della nave, di caffè vien voglia di farsene più di qualcuno, ma anche in questo caso un buon caffè può diventare una specie di miraggio. Va a finire che ci si abitua a quello solubile, non senza aver tentato mille combinazioni: amaro, col latte, con molto zucchero, senza niente. Io adesso lo preferisco amaro, dopo aver provato per qualche giorno una strana ricetta di caffè e zucchero inumiditi e pestati assieme, prima di essere sciolti in acqua bollente. Ne veniva fuori un impiastro colloso dall'odore di bruciato, tanto più chiaro quanto i granelli erano resi fini mescolandolo dentro la tazza e da cui poi si creava una schiumetta che ricordava vagamente quella di un espresso.
Una preparazione troppo lunga e noiosa per una leggera alterazione in meglio del gusto. Presto si ritorna a vedere quell'impiastro con sguardo vacuo e a domandarsi: “ma che cosa sto facendo? ”
Durante il periodo che ho trascorso in Inghilterra, Carole, la mia housemate franco-brasiliana, col tono tra l'ironico e il supponente di chi allo stesso tempo vanta infinite piantagioni e centinaia di formaggi, mi chiese perché in Italia fosse così forte, anche affettivamente, la tradizione del caffè. Non mi ricordo cosa le risposi, inventai qualcosa sul momento che cominciava tipo “Come come mai? É perché..”
NiccoD.
Monday, 8 August 2011
Non ho mai avuto grosse passioni
Non ho mai avuto grosse passioni. Da piccolo, mai ho speso troppo tempo giocando alle macchinine e una volta cresciuto il calcio o i vestiti firmati mi sono rimasti a lungo sconosciuti. Nessun interesse, materia o disciplina sono mai riuscite in seguito a rapirmi al punto di sacrificare per una sola fra esse, tutti gli altri soggetti su cui la mia curiosità di tanto in tanto, più col salto di una cavalletta “elettrica” che col volo silenzioso e graziosamente affannato di una farfalla, la mia curiosità si posava.
Ciò ha avuto dei risvolti positivi in quanto raramente in vita mia m'è capitato d'annoiarmi, ma allo stesso tempo devo ammettere che sinora non sono riuscito a specializzarmi in niente.
In poche parole, per quanto riguarda i miei interessi, e in generale la mia crescita, seguo un filo logico tutto mio che agli altri apparirà sicuramente incoerente se non addirittura estraneo alle logiche di una formazione rispondente alle leggi del mercato del lavoro, per quanto ingenerose queste possano essere.
Non di meno, ripensandoci, non posso negare che ci siano dei soggetti particolari che ricorrono sin da quand'ero bambino nella mia mente e su cui amo perdermi cercando di valutare da tutti i punti di vista situazioni che, assolutamente senza motivo, si presentano ai miei occhi.
Uno di questi soggetti favoriti sono sicuramente le problematiche e le intuizioni degli uomini primitivi, sia che con questa espressione si designino gli uomini e le donne che al giorno d'oggi vivono in società considerate “semplici” che ignorano la scrittura o comunque vivono ancora di caccia e raccolta, oppure all'umanità del nostro paleolitico o anche antecedente, prima ancora che ognuno dei soggetti che la formavano potesse essere classificato come homo.
Gli albori in particolare, m'hanno sempre dato le vertigini e nel mio piccolo, come già accennato, ho accampato supposizioni su trame e coincidenze grazie a cui lo strano animale dal pollice opponibile sia potuto diventare colui che oggi ciascuno di noi ha coscienza di essere.
Dicevo appunto un animale, perché mi rimane infatti un mistero come si possa non essere convinti del fatto che l'uomo sia parente delle scimmie. Al di là del fattore genetico -è noto che condividiamo più del 98% del nostro patrimonio genetico con gli scimpanzé e più del 95% con i gorilla e gli oranghi- mi pare così evidente tale legame che quella di Darwin non mi sembra nemmeno una “grande scoperta”, ma semplicemente una constatazione a cui rispondere: “E capirai!”.
Le mani, gli occhi e le gentilezze che gli scimpanzé si scambiano tra di loro, ma non esitano a offrire anche a specie diverse, e le perplessità che si scorgono sui loro volti, specialmente quando si trovano in cattività, sono quanto di più ingenuamente umano io abbia mai visto.
Stando a quanto scrivo, si potrebbe credere che io viva sul Kilimangiaro e non faccia altro che osservare gruppi di primati tutto il giorno. Non è così, e non credo occorra questo per rendersene conto.
Questo post serve così a introdurre una serie di miei articoli che, conoscendomi, tratteranno inevitabilmente di uomini primitivi nei sensi dati in precedenza, in modo spontaneo e non scientifico (dato, tra l'altro, che non ho nessun titolo per farlo) e che tanto bene si riuniranno sotto l'etichetta “essere umano” di cui vado fiero e che Adrirwin col suo “fallire d'inconsapevolezza” ha avuto la sensibilità di inaugurare.
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| Le Petit Nicolas, di R. Goscinny e illustrato da J.J. Sempe' |
Non ho mai avuto grosse passioni. Da piccolo, mai ho speso troppo tempo giocando alle macchinine e una volta cresciuto il calcio o i vestiti firmati mi sono rimasti a lungo sconosciuti. Nessun interesse, materia o disciplina sono mai riuscite in seguito a rapirmi al punto di sacrificare per una sola fra esse, tutti gli altri soggetti su cui la mia curiosità di tanto in tanto, più col salto di una cavalletta “elettrica” che col volo silenzioso e graziosamente affannato di una farfalla, la mia curiosità si posava.
Ciò ha avuto dei risvolti positivi in quanto raramente in vita mia m'è capitato d'annoiarmi, ma allo stesso tempo devo ammettere che sinora non sono riuscito a specializzarmi in niente.
In poche parole, per quanto riguarda i miei interessi, e in generale la mia crescita, seguo un filo logico tutto mio che agli altri apparirà sicuramente incoerente se non addirittura estraneo alle logiche di una formazione rispondente alle leggi del mercato del lavoro, per quanto ingenerose queste possano essere.
Non di meno, ripensandoci, non posso negare che ci siano dei soggetti particolari che ricorrono sin da quand'ero bambino nella mia mente e su cui amo perdermi cercando di valutare da tutti i punti di vista situazioni che, assolutamente senza motivo, si presentano ai miei occhi.
Uno di questi soggetti favoriti sono sicuramente le problematiche e le intuizioni degli uomini primitivi, sia che con questa espressione si designino gli uomini e le donne che al giorno d'oggi vivono in società considerate “semplici” che ignorano la scrittura o comunque vivono ancora di caccia e raccolta, oppure all'umanità del nostro paleolitico o anche antecedente, prima ancora che ognuno dei soggetti che la formavano potesse essere classificato come homo.
Gli albori in particolare, m'hanno sempre dato le vertigini e nel mio piccolo, come già accennato, ho accampato supposizioni su trame e coincidenze grazie a cui lo strano animale dal pollice opponibile sia potuto diventare colui che oggi ciascuno di noi ha coscienza di essere.
Dicevo appunto un animale, perché mi rimane infatti un mistero come si possa non essere convinti del fatto che l'uomo sia parente delle scimmie. Al di là del fattore genetico -è noto che condividiamo più del 98% del nostro patrimonio genetico con gli scimpanzé e più del 95% con i gorilla e gli oranghi- mi pare così evidente tale legame che quella di Darwin non mi sembra nemmeno una “grande scoperta”, ma semplicemente una constatazione a cui rispondere: “E capirai!”.
Le mani, gli occhi e le gentilezze che gli scimpanzé si scambiano tra di loro, ma non esitano a offrire anche a specie diverse, e le perplessità che si scorgono sui loro volti, specialmente quando si trovano in cattività, sono quanto di più ingenuamente umano io abbia mai visto.
Stando a quanto scrivo, si potrebbe credere che io viva sul Kilimangiaro e non faccia altro che osservare gruppi di primati tutto il giorno. Non è così, e non credo occorra questo per rendersene conto.
Questo post serve così a introdurre una serie di miei articoli che, conoscendomi, tratteranno inevitabilmente di uomini primitivi nei sensi dati in precedenza, in modo spontaneo e non scientifico (dato, tra l'altro, che non ho nessun titolo per farlo) e che tanto bene si riuniranno sotto l'etichetta “essere umano” di cui vado fiero e che Adrirwin col suo “fallire d'inconsapevolezza” ha avuto la sensibilità di inaugurare.
Ndobe.
Monday, 20 June 2011
Il Naufrago e lo Stoccafisso
Storia della scoperta del baccalà
Nei pressi di Trollfjørd
( Nicc. Dob.'s ph. )
La caracca veneziana di Pietro Querini disperse il suo carico di ottocento botti di Malvasia in un punto non precisato al largo delle coste di Francia e Irlanda nel lontano dicembre del 1431.
La nave disalberata dalle frequenti tempeste era stata resa del tutto ingovernabile e il suo equipaggio scelse di abbandonarla su due imbarcazioni di emergenza, una lancia su cui si imbarcarono in 47, tra cui i tre ufficiali, e uno schifo su cui andarono altri 18 membri, ma di cui non si ebbe più notizia.
La scialuppa venne trasportata dalle correnti sino ad un'isola deserta dell'arcipelago norvegese delle Lofoten, ben oltre il circolo polare artico, con 16 marinai superstiti. Per riscaldarsi i naufraghi accesero dei fuochi che resero nota la loro presenza agli abitanti della vicina isola di Røst che li andarono a soccorrere.
Finalmente la sorte sorrise ai marinai veneziani e quelli trascorsi a Røst, furono per loro quattro mesi di lieto isolamento in cui vennero rifocillati e onorati dall'ospitalità di quelle genti nordiche, che scaturì in loro il più alto grado di sorpresa:
« Questi di detti scogli sono uomini purissimi e di bello aspetto, e cosí le donne sue, e tanta è la loro semplicità che non curano di chiuder alcuna sua roba, né ancor delle donne loro hanno riguardo: e questo chiaramente comprendemmo perché nelle camere medeme dove dormivano mariti e moglie e le loro figliuole alloggiavamo ancora noi, e nel conspetto nostro nudissime si spogliavano quando volevano andar in letto; e avendo per costume di stufarsi il giovedí, si spogliavano a casa e nudissime per il trar d'un balestro andavano a trovar la stufa, mescolandosi con gl'uomini (...). »
(Pietro Querini, relazione per il Senato)
Location:
Røst, Norvegia
Wednesday, 8 June 2011
Il sorriso solare di Anne Lund

“Il sole sorgeva in una giornata di primavera dell'anno 1975 in una piccola stanza nella città danese di Aarhus. Anne Lund aveva allora 22 anni, era una studentessa ed ebbe l'idea della sua vita. Mentre sedeva alla sua scrivania con un'altra contestatrice dell'energia atomica, Sören Lisberg, disegnò un piccolo sole sorridente con un grosso pastello a cera arancione. E scrisse: “Nej Tak”. Per lei non c'era altro da dire riguardo al nucleare. Doveva essere un cortese e coerente: No Grazie.”
Oggi Anne Lund ha 57 anni, è un'economista ed insegna Management all'università di Aarhus; la catastrofe di Fukushima lascia anche lei senza parole. Il sole sorridente, nato dalla sua creatività ha appoggiato e continua ad appoggiare la lotta contro il nucleare in gran parte del pianeta. In Giappone, tuttavia, questo simbolo non attecchì: un chiaro segno, secondo Anne.
In Europa, il sole, nella sua semplicità, si rivela molto più efficace: “In Germania – commenta Lund – funzionò particolarmente bene, già dal 1976. Cosa che forse dipende più dai tedeschi che dal sole.”
In altri casi, invece, questo simbolo non ha più bisogno nemmeno di essere diffuso.
“Sulla sua auto non c'è nessun adesivo contro il nucleare; per lei è più importante che l'auto consumi poca benzina. Ed è ancora più importante non usarla troppo spesso, “Vado più volentieri in bici”. Valuta inoltre positivamente il fatto che in Danimarca si vedano ormai pochi adesivi col sole. Questo perché qui, già da tanto tempo, si è riusciti a convincere il governo a dire “No Grazie”.
In Danimarca la sua idea divenne realtà nella primavera del 1975.”
Tratto dall'articolo del quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, del 19/03/2011.
Sara
Location:
Danimarca
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