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Monday, 5 November 2012

L’Ilva vista dall’estero



Tutte le grandi emittenti giornalistiche internazionali in questi mesi si stanno occupando dell’acciaieria di Taranto. Da Al Jazeera alla CNN, passando per la BBC si susseguono regolarmente servizi per spiegare agli occhi del mondo l’agghiacciante scelta tra lavoro e salute.

In un reportage di France 24, la polvere rossa residuo della lavorazione del ferro viene raccolta sulle tombe di un cimitero e mostrata alle telecamere da un uomo sopravvissuto ai suoi compagni di lavoro. Un ragazzo spiega come non possa permettersi di perdere il posto per pagare le cure alla figlia piccola, in un ospedale distante 50 Km.

L’immagine della fabbrica che viene data dal giornalista Tristan Dessert, autore del servizio, è quella di un camion degli anni ‘50 a cui improvvisamente si chiede di rispettare gli standard di inquinamento attuali. Un collega gli domanda come sia stato possibile arrivare a tanto, e il giornalista risponde che è stato possibile dato che è sempre stato legale. Nessuno ha mai legiferato in merito, tutti hanno preferito chiudere gli occhi.

Clicca qui per vedere il servizio di France 24

Thursday, 3 November 2011

Colline tonde e colline coniche

Quattro passi sul “ terril ”


Per una ragione o per l'altra, mi trovavo in Belgio a raccogliere informazioni sui paesi tropicali. Volevo fare una tesi sulla giungla e già questo poteva sembrar strano, dato che si trattava del lavoro conclusivo per un corso di studi in letteratura francese. Quando poi feci sapere in giro che a scriverla sarei andato in Vallonia, in molti fecero fatica a trovarci un nesso, ma titubanti o divertiti, mi lasciarono andare senza troppe domande.

Scelsi di andare a Liegi, quattro giorni prima della partenza stabilita da tempo per il 16 giugno e, grazie anche al temperamento della città, là trovai tutto quello che mi serviva. Spensieratezza, una biblioteca universitaria, una libreria alle pendici del quartiere Pierreuse e una cantina piena di scatoloni di cartone, stracolmi di libri. Ma a stimolare la mia ispirazione furono anche le lunghe conversazioni con Bernadette, la signora che mi affittava una stanza, la cui passione per la natura ha qualcosa di formidabile. Per dare un'idea, lei è in grado di stare una settimana da sola in montagna tra i boschi, cibandosi delle piante e delle radici commestibili trovate cammin facendo. Certo, si tratta di un tipo di gita un po' estremo e se ne rende conto anche lei, sebbene una volta, sottovalutando forse la resistenza necessaria, decise di portarsi dietro una tra le sue sei-sette sorelle -non ricordo più bene il numero- a cui ben presto mancarono le forze. La lasciò allora presso un rifugio alpino a rifocillarsi, mentre lei continuò la sua marcia ancora per qualche giorno.

Una sera, dopo cena, grazie alle lunghe giornate di fine giugno- in Belgio d'estate resta chiaro sino alle undici- andammo a fare una passeggiata seguendo un sentiero che tra i boschi portava sino al “terril”. Non conoscevo ancora questa parola, ma immaginandomi un grande ammasso di terra compresi presto di averci indovinato. I terrils sono le montagnole, a volte vere e proprie colline alte più d'un centinaio di metri, formate dai vecchi detriti delle miniere di carbone che con i decenni sono ritornate a essere terra fertile per radici e prati incolti, su cui alberelli ancora esili crescono caoticamente. Ogni tanto il passo vi sprofonda ed è questa la ragione per cui su ampi tratti sarebbe impedito l'accesso, ma con una certa accortezza seguendo il volo di un calabrone e il profumo di una flora diversa da quella dei boschi intorno, nessuno sarebbe venuto a dirci di tornare indietro.

Molti fiori dal lungo stelo attiravano infatti insetti in cerca di nettare e il loro brusio aumentava la percezione del tepore estivo. Sarà stata solo una sensazione, ma Bernadette mi spiegò che il suolo nero del terril assorbe più calore delle zone circostanti e ciò dà luogo a microclimi che possono variare da un versante all'altro della collina, spesso adatti a specie di piante e animali non tipici dell'area. Sono inoltre frequenti fenomeni di combustione interna, dovuti alla presenza di materiale ancora combustibile e a una grande quantità di ossigeno in profondità, che possono trasformare il terril in un forno capace di raggiungere i 1300 gradi al suo interno e tra i 25 e i 60 gradi a pochi centimetri dalla superficie. In queste condizioni un clima caldo e umido viene garantito anche nei gelidi mesi invernali assieme ad una diversità ecologica non indifferente. É per per questo che a inoltrarsi su un terril si possono incontrare, tra papaveri gialli e digitali, vari tipi di rospi e lucertole, annusare piantine di finocchio, fermarsi ad ascoltare il lavorio dei picchi o ritrovarsi davanti ad alberi da frutto come meli e peri, di cui si dice siano cresciuti dai torsoli che i minatori gettavano nei cunicoli.

E tra tutti questi esserini che ci spiavano, ronzavano o fotosintetizzavano attorno a noi, procedeva la nostra scalata a questa grande sorta di soffice panettone erbaceo, dalla forma artificialmente tondeggiante -ma ce ne sono anche a punta e alcuni decisamente troppo, troppo, conici- che insieme a tanti altri attorno alla città di Liegi, testimonia l'impatto, volumi e volumi di roccia dissepolta, del suo “glorioso” passato di industria pesante.

Con questo non voglio dire che l'estrazione mineraria e la metallurgia siano ormai un capitolo chiuso nel bacino Haine-Sambre-Mosa, solo che da tempo queste attività non sono più in grado di trapiantare interi paesi di minatori da tutte le Zolfatare d'Europa alla periferia di centri come Liegi o Charleroi: ogni notte la lingua di fuoco costante della “belle flamme” emana un'aureola arancione dal lungo tubo dell'acciaieria di Ougrée dove segna il vento e il suo alone si propaga sino alle acque navigabili della Mosa che portano in centro.

Ma sul nostro terril era ancora chiaro e come al solito Bernadette era piena di storie e aneddoti incredibili. In particolare quella sera mi raccontò la vita di René Jean-Jérôme, una guida turistica nativa della Guyana Francese che lei aveva conosciuto durante un viaggio in Sud America, sul ciglio ombroso della giungla.

Si trattava della storia di un ragazzino che dopo aver superato un difficile rito d'iniziazione, lascia il villaggio della sua tribù per andare a esplorare il mondo. Una storia che io vorrei raccontare a voi da molto tempo, ma siccome mi dispiacerebbe tralasciare qualche particolare importante, ho chiesto a Bernadette di scrivermi una lettera per rinfrescarmi la memoria. Una lettera che ho già ricevuto e che mi sto limitando a tradurre cercando di non appesantire troppo la sua immediatezza.

La troverete su circoloMarlow tra qualche giorno.



Niccolò


1.  Foto di terrils.

2.  Approfondimento sui terrils presenti nella regione di Liegi, in lingua francese.

Thursday, 28 July 2011

Nature's sharing home with me.

Immensi spazi naturali sono stati la mia casa. Per giorni e mesi ho vissuto lontano da tutto cio' che di superfluo ci circonda nella vita cittadina, senza mezzi di comunicazione o passatempi artificiali. Ho perso lo sguardo in un cielo stellato anziche' in un bianco soffitto, bevuto acqua piovana anziche' aprire un rubinetto, ed ho confrontato la solitudine della mia persona con una natura forte e rigogliosa che mi ha ospitata con grandissimo calore. Mi ero sempre chiesta come ci si potesse sentire, ed ora posso darmi una risposta. Ci si sente piccoli, molto piccoli, ma ci si sente una concreta piccola parte di qualcosa. Si capisce che la natura e' parte di noi, ma soprattutto che noi siamo parte di essa e di tutto cio' che il suo nome comprende. Si osserva, si esplora. Si resta in silenzio ed il ritmo rallenta. Il fuoco c'abbraccia se sappiamo come trattarlo, gli alberi ci riparano, e l'erba e' un morbido cuscino; percio' non ci si sente soli. Quando le preoccupazioni quotidiane si limitano alla raccolta della legna ed alla ricerca di un rifugio, resta ben poco ad appesantire la coscienza o la mente, che in un equilibrio perfetto con l'ambiente si sente libera di vagare e passare del tempo, molto tempo, anche solo a contemplare le venature d'una foglia.

Rispettiamo la natura come essa fa con noi. Se un giorno perderemo tutto, lei sara' l'unica capace di renderci felici.

Tuesday, 19 July 2011

Lo strano privilegio del rischio



Esiste una tendenza tra la gente di potere e in buona parte anche tra chi pensa di detenerne una briciola, che può dare molto a pensare. Si tratta di una particolare inclinazione, diventata lampante nel corso dell’ultima campagna pro-nucleare, all’accettazione del rischio.
Rischio tanto più attraente quando riguardi non una situazione individuale e specifica, ma il destino di una generica collettività e per periodi non determinati, ma che si protraggono indefinitamente nel tempo.
Verrebbe da credere che ciò sia dovuto alla mancata realizzazione delle conseguenze personali, giuridiche e non, nel caso in cui tale rischio diventi un pericolo fondato e, allo stesso momento, all’opportunità di partecipare agli utili qualora si riveli un buon investimento. Troppo lontane nello spazio e nel tempo appaiono gli eventuali danni, benché possano dirsi irreparabili, al punto di arrivare a situazioni paradossali.
Da settimane, ad esempio, in un raggio di oltre 50 Km attorno alla centrale di Fukushima i bambini delle scuole elementari hanno cominciato a perdere sangue dal naso. Disgraziatamente, ciò è dovuto alla notevole esposizione all’irraggiamento che si è propagato dalla centrale che, come già appurato in altri casi, provoca l’abbassamento dei globuli bianchi. Nondimeno, in molti hanno tentato di dare a questo tristissimo evento altre improbabili cause e in numero ancora maggiore sono stati quelli che hanno ignorato questa notizia.

Sunday, 17 July 2011

Selve oscure


A culture is no better than its woods, una cultura non è superiore ai suoi boschi, sosteneva il poeta W. H. Auden agli inizi del secolo scorso, volendo chiarire quale fosse il rapporto dell'uomo con la natura e l'atteggiamento da tenere nei suoi confronti.
Gli fa eco oggi il naturalista spagnolo Joaquín Araúo, il quale rimarca che somos como somos porque un vez fuimos bosque, siamo quel che siamo perché una volta eravamo bosco: la sua riflessione si basa sul fatto che per l'evoluzione umana, la foresta rappresentò un luogo di cruciale importanza, le cui caratteristiche portarono l'uomo a migliorare la vista, a perfezionare la percezione dello spazio attorno a lui e a sviluppare la capacità di afferrare, maneggiare e servirsi degli oggetti che lo circondavano.
Non è un caso nemmeno che questo luogo costituisca un topos ricorrente nella maggior parte delle tradizioni, basti pensare alle fiabe per bambini (che discendono direttamente dal folklore, dalla saggezza popolare) nelle quali il bosco è sempre il teatro degli avvenimenti più importanti della trama, se non addirittura l'ambientazione dell'intero racconto.
Ma non serve allontanarsi tanto nel tempo per comprendere quanto questo tema sia ancora attuale.

Sunday, 26 June 2011

Uomini d'Amore - No TAV

Dalla Campania alla Val di Susa, ancora una volta è una lotta in cui siamo tutti coinvolti.
La questione ambientale è diventato il luogo di scontro principale di tutte le pulsioni che costituiscono la nostra società e schierarsi dalla parte di una gestione consapevole, illuminata e rispettosa del territorio significa ormai non voler rinunciare completamente alla propria dimensione umana.

Ancora una volta è stato dato un senso al poter sanguinare e ancora una volta gli speculatori dormiranno tranquilli o tutt’al più verranno svegliati nella notte da una telefonata che provocherà loro il riso. Questo infatti è ciò che succede nel Paese in cui le prime case a crollare sono le Case degli Studenti, costruite con la sabbia di fiumi che non arrivano più al mare.

Se ci fosse ancora bisogno di smascherare la Tav come un progetto semplicemente assurdo, il blog rimanda all’articolo di Luca Mercalli apparso sul Fatto Quotidiano il 18 giugno e alla lettera a Fassino di una nonna valsusina pubblicata sul blog di Beppe Grillo, in cui ancora una volta i politici di destra e sinistra dimostrano di essere la carcassa dello stesso vuoto.

Ancora una volta uno sfregio al territorio italiano sarebbe una cicatrice sul volto di ciascuno di noi che, in un modo o nell’altro, avremmo potuto opporci.
Nicc.Dob.

Thursday, 9 June 2011

La Buona Terra

Ho trascorso a Castel Volturno una decina di giorni tra aprile e maggio di quest'anno per frequentare dei corsi professionali. Vi si trova infatti un centro di addestramento per il personale marittimo a cui mi sono rivolto per conseguire i certificati necessari a potermi imbarcare, data la mia intenzione di trovare lavoro a bordo di una nave nel più breve tempo possibile.
Lo stesso tipo di formazione al nord mi sarebbe costata il doppio, senza contare il vitto e l'alloggio, mentre qui a Castel Volturno era tutto compreso nel pacchetto. Avrei soggiornato in un albergo in cui mi sarebbe stata servita carne a pranzo e a cena, e le lezioni si sarebbero svolte nelle aule dell'edificio accanto. Pur preferendo un tipo di dieta meno proteica, sono stato ben contento di poter cogliere l'occasione per visitare un pezzetto di Campania, regione in cui non ero mai stato prima.
Ed è stata una scelta azzeccata poiché mi ci sono divertito e ho conosciuto persone con cui m'è sembrato di condividere amicizie di lunga data benché ci conoscessimo appena da due giorni.
L'Acqua Park (ph.A.Chetta)
Ma, ovviamente, il mio resoconto non può essere tutto a tinte chiare perché la mia curiosità mi spingeva ad andare oltre alla risata e a farmi domande, a volte banali a volte meno.
A volte domande che pur essendo banali devono comunque essere poste.
Così il mio sguardo vagava sul paesaggio in cui mi trovavo qualche metro in anticipo sulla scelta, pressoché casuale, che mi aveva portato a Castel Volturno ad ascoltare e condividere le storie di Domenico da Vibo, dei palermitani Salvo e Federico, di Daniel il toscano *.
E ciò che vedevo, ciò a cui assistevo, erano scheletri di case costruite a metà, abitate soltanto al pianterreno e con i piani superiori neppure intonacati quando c'erano i mattoni, sennò solo con rampe di scale grigie che salivano nel vuoto di soffitte a cielo aperto.
Cani, molti cani randagi che scorrazzavano per campi e campi incolti che si perdevano a vista d'occhio e attraversati da una striscia di catrame lunghissima, un tratto soprelevato della ss Domitiana.
Una terra bellissima, la cui potenza si respira a pieni polmoni al solo camminarci sopra. Era la terra più fertile d'Europa quella su cui svolgevo le prove antincendio, se non fosse che niente, ma proprio niente, vi venisse coltivato.
A guardar bene però qua e là affiorava qualche cosa. Ma a guardar

Wednesday, 8 June 2011

Il sorriso solare di Anne Lund



Il sole sorgeva in una giornata di primavera dell'anno 1975 in una piccola stanza nella città danese di Aarhus. Anne Lund aveva allora 22 anni, era una studentessa ed ebbe l'idea della sua vita. Mentre sedeva alla sua scrivania con un'altra contestatrice dell'energia atomica, Sören Lisberg, disegnò un piccolo sole sorridente con un grosso pastello a cera arancione. E scrisse: “Nej Tak”. Per lei non c'era altro da dire riguardo al nucleare. Doveva essere un cortese e coerente: No Grazie.”

Oggi Anne Lund ha 57 anni, è un'economista ed insegna Management all'università di Aarhus; la catastrofe di Fukushima lascia anche lei senza parole. Il sole sorridente, nato dalla sua creatività ha appoggiato e continua ad appoggiare la lotta contro il nucleare in gran parte del pianeta. In Giappone, tuttavia, questo simbolo non attecchì: un chiaro segno, secondo Anne.
In Europa, il sole, nella sua semplicità, si rivela molto più efficace: “In Germania – commenta Lund – funzionò particolarmente bene, già dal 1976. Cosa che forse dipende più dai tedeschi che dal sole.”
In altri casi, invece, questo simbolo non ha più bisogno nemmeno di essere diffuso.
Sulla sua auto non c'è nessun adesivo contro il nucleare; per lei è più importante che l'auto consumi poca benzina. Ed è ancora più importante non usarla troppo spesso, “Vado più volentieri in bici”. Valuta inoltre positivamente il fatto che in Danimarca si vedano ormai pochi adesivi col sole. Questo perché qui, già da tanto tempo, si è riusciti a convincere il governo a dire “No Grazie”.
In Danimarca la sua idea divenne realtà nella primavera del 1975.”

Tratto dall'articolo del quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, del 19/03/2011.

Sara

Sunday, 5 June 2011

REFERENDUM 12-13 GIUGNO 2011


La Germania è l'economia che permette l'esistenza dell'Unione Europa. Nel 2010, quando tutti gli altri Paesi ancora arrancano, la sua crescita è stata del 3,6%.
Qualche giorno fa, il governo tedesco ha considerato conclusa la sua esperienza nucleare ed entro dieci anni fermerà tutte le sue centrali.
Attualmente soltanto il 17% del fabbisogno energetico tedesco è soddisfatto dall'atomo.
Ha senso che l'Italia vada in direzione completamente opposta e cominci adesso la sua politica energetica nucleare?
Molti obiettano il caso della Francia, che utilizza le sue centrali al 70% ed esporta energia ricavandone profitto. Il punto è che, contrariamente ai tedeschi, i governi francesi sono ricorsi al nucleare come investimento e non solo come fonte di energia. Per tale ragione, se ne sono resi maggiormente dipendenti e la stanno ancora pubblicizzando all'estero. É infatti con Sarko che l'Italia ha in piedi accordi per costruire i suoi eventuali impianti.
C'è ancora chi dice: “sì ma tanto abbiamo centrali nucleari francesi e slovene a due passi dal confine”. Personalmente non vedo il nesso tra questa constatazione e il costruirne 4 in Sardegna (come sarebbe previsto) o mettere a rischio radioattivo anche il sud.
Per fermare ancora una volta il nucleare in Italia, evitare la privatizzazione dell'acqua e fermare il legittimo impedimento, rispondiamo tutti con 4 SI al referendum del 12 e 13 giugno!


IMPEGNIAMOCI TUTTI per il raggiungimento del QUORUM!


Se sei lontano dal tuo seggio È POSSIBILE VOTARE FUORI SEDE, vedi come:
http://iovotofuorisede.altervista.org/blog/?