Tuesday, 25 October 2011

Le parole "apolidi"




Ci sono molte parole che non esistono che mi piacciono tantissimo. Tibresco, malacché, bagiordo, non vogliono dire nulla, eppure fanno da paravento ad associazioni non prive di logica, sebbene l'inizio di questo percorso sia inspiegabile. Eppoi ci sono un monte di parole insospettabili, piccole, senza apparenti peculiarità che con il loro modesto bagaglio di fonemi nascondono la capacità di attraversare idiomi diversissimi, indifferenti alle distanze. Qualche mese fa per esempio, benché sul ponte della nave si parli in inglese, ho sussurrato tra me e me, ma neanche troppo sussurrato a dire il vero: Cosa? Detto tipo: Koosa? Ebbene, il marinaio filippino al mio fianco ha capito esattamente “compagno di cella”, mentre Sladjiana, ufficiale serbo, pensava volessi dire “capra”. Al ché, mi son dovuto spiegare: no ragazzi, né capra né galeotto, volevo soltanto dire: Whaat? E loro, per risposta: Aaah.

Un'altra volta, parlando con degli indiani di Mumbai, è saltato fuori che il nostro “mangia” di io mangio tu mangi egli... a loro suona esattamente come “il tratto di corda che lega l'aquilone al bandolo con cui lo si porta in giro”.

In questo genere di parole “itineranti” si potrebbero forse inserire i cognomi, che nascondono al viaggiatore insidie fino al giorno prima insospettabili e da cui non potrà più liberarsi completamente nemmeno fuggendo lontano. Anche al Polo Sud infatti, in un angolino della sua mente gli resterà per sempre il pensiero: Oh mio Dio! Io.. quella cosa là?! E sicuramente i toponimi: al largo della Scozia siamo passati accanto a due isolette che si chiamano Luce e Barra. Oltre ad altre due che di nome fanno Canna e Rhum.
Infine, un occhio di riguardo merita il ramo delle parole “apolidi”, quelle che non appartengono a nessuna lingua in particolare, ma che vengono comprese dappertutto. Ancora un esempio? Ciop-ciop.



                                                                                                                          NiccoloD.