Saturday, 3 September 2011

Porsi un limite

Pensiero sulle Pitture Rupestri

Giraffa, Acacus, Libia


Se pensate che due triangoli possano bastare, uno per la testa e l'altro più grosso per il tronco, a formare il corpo di un bisonte o una linea, inseguita da altri simili segmenti, a restituire l'immagine di un cacciatore che vibra la sua lancia, vi sbagliate di grosso. Ma ancora di più vi trovereste in errore a credere che ogni metro quadrato di parete rocciosa fosse considerato adatto a scalfirci sopra i tratti da ripassare a tinte ocra, ematite e carbone, e che queste raffigurazioni si trovassero sulla soglia delle caverne alla vista di tutti, lambite dalla luce del sole.
Al contrario, le pitture rupestri sono nella maggior parte dei casi lontane dalla portata di uno sguardo distratto e collocate in fondo, in punti difficilmente accessibili, in cui per arrivare si deve scommettere sulle spanne lasciate libere dai faraglioni sommersi e, da questi, maggiormente riparate dal magnetismo della superficie.
Si era nel paleolitico superiore, tra i 30 ai 35 mila anni fa, un'epoca in cui alle prime pitture murali coincide l'inizio del culto dei morti; circostanza da cui è stato dedotto come queste potessero essere opera di sciamani, soli o a capo di piccoli gruppi, dediti a celebrare riti propiziatori inscenando coi loro disegni una realtà parallela in grado di influire sull'effettivo successo di situazioni quotidiane, ma cruciali, come ad esempio una battuta di caccia.
In molti sostengono così che l'arte trovi la sua origine al delinearsi di un sentimento religioso con un maggior grado di complessità -una nuova comunicazione rivolta al divino- e seguendo questa via molti libri di storia lasciano ad intendere come il senso del bello possa esserne stato solo una conseguenza.


Eppure io non posso fare a meno di pensare ai chissà quanti segni, forme e accostamenti di colore avranno catturato l'attenzione di quegli uomini prima di essere da loro riempiti di significato. E per questo stesso motivo, chissà quante strane foglie o nuvole li avranno ricordato profili di animali, e ciocche di capelli intrise di fango, rosso perché ricco di ferro, o ancora sassi e rametti risparmiati al fuoco e messi da parte in un angolo per ritornarci successivamente con l'immaginazione e scoprire, infine, di averne imparato a ricavare i limiti delle cose.

Se c'è qualcosa che credo di poter dedurre dalla tecnica affinata e dalla collocazione delle pitture murali in fondo alle grotte, non è tanto la nascita dell'arte, quanto un sistematico occultare, nella storia dell'uomo, ciò che d'improvviso viene caricato di significato e per questo soggetto a perdere i suoi “contorni”.

Si cerca allora di ricrearli, ma le sfaccettature rimangono e non è più possibile riportare allo stato precedente ciò a cui si partecipava nell'immediato e l'imboccatura delle caverne diventa il livello zero tra due dimensioni, l'accesso ad un mondo sotterraneo i cui cunicoli al lume della fiaccola si gremiscono di segni.

Col tempo, il nome di Dio diventerà impronunciabile per alcuni e per altri su ogni particolare del creato incomberà il bando dell'iconoclastia. Non si conteranno le sette, le associazioni e le confraternite segrete legate dal fatto di non comprendere segretamente, ciò che qualcun altro di buon grado, forse più saggio, non si sforzerà di comprendere alla luce della piazza o, all'opposto -ma isolato- concentrandosi tutto in una volta all'ombra d'un albero di fichi.



Nicco.