Thursday, 8 September 2011

Conclave al gusto fragola

Ricordo la prima volta che mi chiamarono papa. Che sono stato papa.
Non papà, attenzione, mi sarebbe piaciuto ma non è andata così. Colpa di Eleonora e dei miei genitori, credo, ma insomma, non ha senso parlarne adesso.
La prima volta che fui papa, dicevo, stavo passeggiando per uno stanzone cinquecentesco, affiancato da un alto corridoio cinquecentesco e alte finestre cinquecentesche allo stesso modo. Passeggiavo piano, in mutande come mi piace e sono solito fare verso maggio, e dalla luce indovinavo il tramonto putrido, trascorrente veloce verso l'imbrunire. I pini marittimi e qualche cipresso, fuori, mi avrebbero dato piacere e sollievo, ed ero indeciso sull'opportunità di avvicinarmi alla terza finestra- la mia preferita- e sui tempi dell'avvicinamento; volevo gustarmelo, lasciare la visione del giardiniere al lavoro sul bel prato all'ultimo istante, come il boccone più buono a tavola, o il gusto migliore nella coppetta gelato. La sorpresa è ancora importante. La conquista.
E proprio di gelato avevo sporche le mani, un gelato alla fragola appiccicoso e rosa. Mi incollava le dita e io mi divertivo a lasciare impronte sulla pietra, in certi angoli polverosi che qualcuno avrebbe poi dovuto- e saputo- pulire.
Preso da questo dubbio seguitavo a camminare piano, l'inguine sudato e un principio di mal di testa. Cibalgina, o aspirina, due volte al giorno. Chissà come agisce col gelato: ma no, farnetichi, questo è troppo. La luce era azzurra e indaco, le ombre sempre più brune si alternavano a fasce verticali chiare, in una successione senza importanza. Io stavo pensando proprio in quel momento all'odore della piega dell'inguine quando sudo, un odore che mi ha sempre ricordato l'erba- una canna intendo-, e al sollievo di un bidet anche quello da centellinare. Una grattatina, magari, ma le dita fragolate si sarebbero appiccicate un po' al pelo pubico: niente di male, ma solo mi frenava l'idea di rovinare l'odore natural de inguine stabaccato.
La pancia, tonda grossa e glabra, da ventenne ben paciuto, splendeva gloriosa nella luce cangiante. Accenni di rosa, sicuramente filtrati dal grosso pino.
In quel momento mi chiamarono, piano come avevo sempre raccomandato di fare. Un sussurro: eminenza... ehm...santità.
In un istante capii tutto; non era difficile, oddio, erano tutte cose ben calcolate e stabilite dagli altri e da me stesso. Pensai ad Eleonora e ai suoi capelli castani, biondi d'estate. Dei boccoli bellissimi, ancora più belli quando ricadevano attorno a un capezzolo (il sinistro aveva di fianco un piccolo neo molto bello). Molto bello. Eleonora era molto bella, ma era finita.
Forse perché, i due pensieri viaggiano sempre insieme nella mia testa, i miei genitori mi sottoposero a quell'operazione. Non c'è un motivo apparente o evidente, non era necessaria, ma quando superai i tredici anni decisero di castrarmi ("perché viviamo ancora in un appartamento, sai", mi dissero). Sarebbe interessante un'indagine psicologica, o almeno un dialogo, ma è sempre mancata l'occasione sia per l'una che per l'altro. E così è tutto sommato logico il fatto che non abbia avuto un figlio, anche se mi ci vedevo. Mi ci vedevo eccome. Ma sarà stato il feeling imperfetto con Eleonora, o la castrazione (che le due cose siano legate?), e insomma: non è mai avvenuto.
Così quella sera, quando mi dissero- sussurrarono- un futuro assicurato, a tempo indeterminato, pensai a lei solo una volta. Pensai al figlio mai arrivato. Ai genitori, ma di sfuggita. Ancora al di lei castano, al di lei biondo, sul di lei capezzolo. Rosa. Da papà a papa, mi sussurrai alzando le spalle e voltandomi seminudo.
"Venga, santità, dobbiamo prepararci".
Come dire: a volte basta poco.


umb.
{pubblicato per la prima volta su Het Monster n°1 e sul blog personale}