Showing posts with label essere umano. Show all posts
Showing posts with label essere umano. Show all posts

Sunday, 15 June 2014

Le Mani dei Primati



Certe volte mi viene da pensare che il modo in cui viviamo con il nostro corpo sia, come dire, fuorviante. Ho la strana sensazione per esempio, che i miei occhi non siano completamente atti al vedere. Non e’ colpa loro del resto, dato che hanno svolto un ottimo lavoro per 28 anni. Sono loro grato per come siano riusciti a superare con successo ore e ore trascorse al computer. Ma io? Posso dire di essere capace a sfruttare il loro potenziale?

La nostra vista può vedere un bersaglio a miglia di distanza, ma quante volte al giorno possiamo realmente alzare lo sguardo sopra l’orizzonte? Nella maggior parte dei casi, questa facoltà ci è addirittura del tutto inutile. Eppure l’antropologo C.L. Strauss scrisse di una tribù con un grande senso dell’orientamento perché era in grado di individuare nel cielo in pieno giorno il pianeta Venere. Lo stesso C.L. Strauss andò a vedersi vecchi trattati di navigazione e scoprì che la stessa cosa era possibile anche per antichi marinai della nostra civiltà. Non si può dire se il resto degli umani abbia perso questa abilità o si sia di dimenticato come usarla. (Claude Lévi-Strauss, Mito e Significato, 1978)

In parallelo, se il primo Homo Sapiens potesse fare una passeggiata nella nostra epoca, potrebbe compiere giusto qualche passo prima di soffocare. Egli non potrebbe vivere in un mondo con milioni di auto così come facciamo noi, anche se probabilmente poteva fare maggior affidamento sull'olfatto nel corso della sua normale vita quotidiana.

Così, dubbi sono avanzati in me riguardo le altre parti del corpo. Non sono più tanto sicuro che la bocca sia per mangiare e la lingua per assaporare il cibo. Non sono nemmeno sicuro che le mie mani afferrino correttamente le cose che sposto da una parte all’altra.

Al contrario, quando vedo degli scimpanzé alla televisione maneggiare delle pietre o dei bastoni, percepisco come essi veramente intendano le loro azioni mentre le compiono. Le loro mani sembrano avere un coscienza propria quando toccano ciò che presto sarà un attrezzo per pescare le formiche attraverso un buco nel terreno. Ho cominciato a credere che in questi momenti, le loro mani pelose, siano più mani delle mie.

Friday, 11 April 2014

Ulisse e Calipso

Beckmann, Max, Odysseus and Calypso,1943
Calipso è una ninfa dell'Oceano il cui nome deriva da kalyptō che significa “nascondere”. In sintonia con il suo nome ella abita da sola in una grotta presso Ogigia, un’isola misteriosa da qualche parte nel Mediterraneo Occidentale. La sua vita eterna, più che svolgersi attraverso i giorni e le stagioni, sembra essere un punto istante lontano, fuori dalla portata del mondo. Un mondo comunque incapace di poter comprendere il suo fascino e la sua bellezza.

Ad Ogigia giunge portato dalle onde Ulisse naufrago e a Calipso non sembra esser vero. Lo cura, lo ristora e lo ammalia all’interno di quel piccolo paradiso terrestre in mezzo al mare. Sull’isola vi è ogni ricchezza: cibo, conforto, appagamento e la vecchiaia non è un’incubo da lavare con l’acqua di una fonte introvabile. La putrefazione non ha luogo.

Eppure ad Ulisse tutto questo diventa noioso, sordo, insopportabile. Alcune fonti riportano come Calipso sia riuscita a mantenere l’eroe ad Ogigia per sette anni, meno secondo altre. Sta di fatto che Ulisse se ne andrà, aiutato in questo dagli dei. Zeus infatti, su sollecitazione di Atena, avrebbe presto inviato ad Ogigia il messaggero Ermete per ordinare a Calipso di non ostacolare la partenza dell’itacese. Al contrario, la voce che giunge dall’Olimpo è chiara: che Calipso collabori!

La ninfa non disubbidisce, comprende e aiuta. Prepara per il viaggio le provviste e gli otri di vino e indica all’eroe dove prendere i legni per costruirsi la sua zattera, tanto che egli diventa sospettoso e la fa giurare che non si tratti di un tranello. Ma il cuore della ninfa non gli ordisce nessun inganno e Calipso giura senza trope resistenze sulle acque dello Stige.

Ulisse se ne va, affrontando nuovamente le onde senza i compagni ma recando con sè il loro imperituro ricordo. L’eternità è stata rifiutata, le lusinghe e l’agio hanno avuto uguale risposta. I giorni saranno sempre una novità. Non ci sarà mai fine alla scoperta.

Sunday, 9 March 2014

Il corpo del nemico

Borneo Headhunters, source: www.liveauctioneers.com/item/5235160
Risalendo il fiume Congo, la spedizione di Marlow percepisce la presenza dei guerrieri indigeni in agguato lungo le sponde. Il congolese Mafumo sa che si tratta di cannibali intenzionati a catturare almeno uno tra loro per mangiarselo. Al ché, per darsi forza, Mafumo tira fuori da un borsello un frammento osseo che si infila in un foro praticato nel suo volto, sulla parte destra del mento.

Nonostante questa precauzione, l’insidia si fa sempre più incalzante e Mafumo perde presto la fiducia nel suo amuleto che d’un tratto si sfila dalla cute del viso per gettarlo nel fiume dicendo : il mio nemico sta ridendo di me.. il mio nemico non mi protegge più… Addio!

Il borsello che Mafumo si porta dietro infatti, è pieno dei frammenti ossei e dei denti di un acerrimo nemico che egli è riuscito ad uccidere dopo aver vinto la sua grande forza. Ora, tenersi vicino i residui del corpo dell’avversario dovrebbe implicare la vicinanza e la protezione da parte del suo spirito.

La delusione di Mafumo nel constatare l’inefficacia di questo metodo è cocente, ma allo stesso tempo è del tutto incomprensibile all’occidentale Marlow che vedendolo reagire così veementemente, senza perdere l’aplomb, gli domanda: Pensi sia stata una buona idea? Ma Mafumo ha la sua soluzione: nel suo borsello infatti ci sono “molti nemici”, un altro osso è quel che serve a ritrovare la sicurezza perduta.

Le scene sinora descritte sono parte dello sceneggiato “Heart of Darnkess” del regista inglese Nicolas Roeg (Marlow e Kurtz sono interpretati da Tim Roth e John Malkovich) il quale sembra aver voluto porre particolare risalto ad un approccio completamente diverso alla dimensione della rivalità da parte dell’uomo indigeno rispetto a quello dell’europeo colonizzatore.

Le immagini che giungono dai conflitti di tutto il mondo, i rovesciamenti di regime, gli attacchi alle minoranze, ma anche la violenza riportata nelle cronache, ci hanno reso in qualche modo “usuale” l’infierire sul corpo del nemico per scherno, umiliazione e annientamento anche simbolico di un ostacolo abbattuto.

Presso molte culture indigene invece la lacerazione del corpo del nemico non si accompagna al rinnegamento del suo valore . Questi viene dilaniato e fatto a pezzi dal rivale per aggiudicarsi la sua forza chiedendo al suo spirito un passaggio di campo che sottintende la realtà del vinto come speculare a quella del vincitore. Il capo della vittima viene imbalsamato, le sue ossa ripulite e rese bianche splendenti, i ciuffi di capelli conservati per farne dei feticci.

Le teste tagliate affisse sui pali all’ingresso dei villaggi dell’antica Taiwan, i crani appesi ai soffitti della capanne degli indigeni del Borneo e quelli penzolanti dalle cavalcature dei celti, avevano sicuramente una carica intimidatoria verso il malintenzionato, ma questa si accompagnava a una motivazione religiosa, ovvero la liberazione dello spirito d’un avversario le cui virtù sono assimilabili da colui che ne ha avuto ragione. Con riti, omaggi e cerimonie adesso si chiede a quegli stessi spiriti di passare dalla propria parte.

Saturday, 21 January 2012

Sullo stesso istante

Il mondo non si è fermato mai un momento, dice la canzone. E siccome io non sono buono a ricordarmi mai le parole oltre al ritornello, continuo giusto per il piacere di cantare, coinvolgendo nel motivetto l’estinzione dei dinosauri e il disegno di questo bel sentiero di laguna che ora sto percorrendo.

Senza prendere fiato -anche se per scherzo- si rivela allora il moto incessante che schiaccia le esperienze ad un singolo accadimento, allo stesso modo in cui è indistinguibile lo scoccare della freccia dal momento in cui la mela viene trafitta.

Mi viene alla mente un’intervista in cui Italo Calvino si era soffermato a spiegare che una volta letto un libro, è come se lo avessimo sempre conosciuto. Che i lineamenti di un pensiero o di un volto siano in grado di trovar la forza, di foggiarsi, anche a ritroso? Le rocce che diedero forma ai Buddha afghani di Bamiyan, le statue e i ciottoli che ne sono rimasti, penso possano trovano lo stesso denominatore nella breve formula: è successo.

Credo sia ancora facoltà umana quella di coglierne la decadenza. 


N.D.

Saturday, 12 November 2011

Ritorno alla giungla e riti d'iniziazione

La lettera di Bebette


Questa è la lettera di cui vi parlavo in Colline tonde e colline coniche, un breve scritto che delinea la storia di René Jean-Jérôme, la cui curiosità verso l' altrove lo portò ad esplorare in lungo e in largo il Vecchio Continente. Bernadette ebbe modo di conoscerlo durante una vacanza in Sud America.

Paul Klee. Paesaggio con uccelli gialli, 1923.
‹‹ È proprio una storia autentica quella di René Jean-Jérôme. Come vedi m'è tornato alla mente il suo nome. Nello specifico René è il nome e Jean-Jérôme il cognome. Che strana idea imporre nomi e cognomi d'esportazione ai colonizzati! Sono sicura che i loro nomi originari dovevano essere migliori, più vicini al loro contesto.

René era curiosissimo di tutto ciò che riguardava la natura, ci aveva detto di possedere molti Cd su ogni sorta di soggetto in merito e per approfittarne aspettava solo che installassero l'elettricità al suo villaggio. Così, quando tu mi hai ricordato la sua esistenza, mi sono immaginata che doveva per forza essere da qualche parte su internet dopo tutti questi anni. E l'ho trovato! È la sola guida nativa tra quelle impiegate alla GGC, la compagnia delle guide turistiche della Guiana.

Ed ebbi molta fortuna a incontrarlo perché all'inizio del soggiorno, il gruppo si divise in due. Una parte venne presa da un francese.. mentre io, ho avuto René.

René ha vissuto praticamente nudo nella giungla sino ai dodici anni. Un giorno però gli fu detto : “Tu sei francese e i francesi devono andare a scuola, che cosa vuoi imparare?”. Scelse allora di apprendere i mestieri del legno: falegname o mobiliere, non so più, sta di fatto che questo l'ha allontanato dal suo villaggio. Ma siccome era un ragazzino molto sveglio e curioso, fece in fretta ad imparare, oltre a comprendere che vivere nella giungla era come vivere ripiegati su se stessi. Il mondo era grande, vi erano molte cose interessanti e invenzioni incredibili da scoprire! Così quando un giorno gli venne nuovamente detto: “Tu sei francese e i francesi fanno il servizio militare. Tu dove lo vuoi fare, in Guiana o in Francia?”, non esitò un momento a partire per la Francia che, ad ogni congedo, visitò in lungo e in largo a piedi nudi (dato che non sopporta le scarpe, indossate allora solo per fare piacere ai militari....).

Ritornato in Guiana trovò lavoro al cantiere “Ariane” dove guidava delle macchine enormi che schiacciavano la giungla per impiantarvi del cemento!!! Ma ancora una volta gli venne fatta una proposta irresistibile: “Se vuoi , puoi farti una formazione per guidare delle macchine ancora più grosse, ma bisogna andare in Europa” .... .....Rieccolo quindi percorrere l'Europa a piedi nudi e in seguito, forte della formazione acquisita, rimettersi a guidare le grandi macchine che permettono ai grandi razzi di spiccare il volo (i razzi che vanno nello spazio, ndt).

Un altro giorno ancora, fu il suo capo ad interpellarlo personalmente “Dì, ho degli europei che vorrebbero vedere la giungla, tu la conosci, no? Li potresti portare?”... . Beh, certo che la conosceva! E sicuro che ce li poteva portare! E nella giungla lui li conduce ancora adesso... ed è stato in questo modo che anche lui ci ha fatto ritorno.

Ma il capitolo che ti interessa forse di più è quello che riguarda i riti d'iniziazione.

Si tratta di far smarrire i partecipanti nella giungla dopo avergli fatto prendere una droga affinché non sappiano più dove li si sta portando, dovendo poi essi ritrovare la via del villaggio solo dopo aver catturato una preda da condividere con il resto della tribù. René l'ha fatto all'età di dieci anni, se ricordo bene, ed era riuscito a cacciare un pecari, una specie di maiale selvatico. Gli servirono tre giorni per ritrovare il villaggio e altri due per cacciare. Yes! Ma t'immagini quel che succederebbe se lo si facesse da noi.. già quando il ragazzino ritorna un po' più tardi da scuola si scatena il panico!!! E lui 5 giorni!.. .. .... Anche se è vero che detta così fa un po' paura.

Nella loro cultura ogni bambino è tutelato da un adulto che gli insegna tutto ciò di cui ha bisogno per vivere nella giungla... come nutrirsi, cacciare, pescare, ripararsi, curarsi, fabbricare degli utensili... ... ... ciascuno con il suo professore esclusivo. Ed è questo suo tutore che decide quando il bambino dovrà affrontare l'iniziazione, se lo reputa maturo abbastanza per l'esperienza. Non è dunque una questione d'età, ma di maturità.

Fu per questa ragione che il suo fratellino affrontò il rito a soli a otto anni! E non è certo una cosa da tutti! Dopo più di due settimane d'assenza, non vedendolo tornare, la tribù decise di iniziare le ricerche l'indomani al levar del sole, proprio nel momento in cui il piccolo ricomparve.

Aveva con sé una preda piccina piccina da spartire e, anche se alla fine ce l'aveva fatta a ritrovare il villaggio, era in un brutto stato, fisico e psichico. Ma essendoci riuscito, ebbe diritto, come tutti coloro che portano a successo tale prova, ad avere un'abitazione tutta per sé.

Ed io che sono andata sino là per scoprire come e perché la gente vive nella giungla, con René sono stata proprio ben servita! ››

                                                                                                          Bernadette


Giunti alla fine della lettera, devo confessarvi che René Jean-Jérôme, non è il vero nome di René, ma solo uno di mia invenzione che lo potrebbe ricordare. Questo perché non vorrei urtare la sua sensibilità nel caso si scoprisse citato più volte in un articolo che tratta la sua vita in un'altra lingua, pubblicato da qualcuno che non l'ha mai incontrato di persona. Sapete, capita a tutti ogni tanto di cercare il proprio nome su Google.. Visto però che su internet René lo si trova già, cercherò di contattarlo, se non altro perché mi piacerebbe conoscerlo.

Inoltre, nella mia traduzione, ammetto di aver modificato leggermente il ritmo di certi passaggi, pur cercando di mantenere l'immediatezza propria dell'intero racconto. Questione di gusto personale, per una sua resa più efficiente nella nostra lingua.

Ad ogni modo di seguito trovate l'originale della lettera, in francese.


                                                                                                         Niccolò Doberdob

La lettre de Bebette.


C’est une bonne histoire vraie celle de René Jean-Jérôme. Comme tu vois, j’ai même retrouvé son nom. René est le prénom et Jean-Jérôme le nom. Quelle drôle d’idée d’imposer des noms et des prénoms d’exportation aux colonisés ! , je suis sûre que leurs vrais noms devaient être mieux, plus proches de leur milieu.

Wednesday, 12 October 2011

Uno studio sul disegno

Leonardo da Vinci, progetto di una macchina volante, c.1488
Certe mattine ci si alza con una sensibilità amplificata. Questo penso che accada soprattutto dopo certe sere, quelle che si prolungano per sfumare in argento con la luce del mattino presto e il sonno che le segue non supera le tre ore. Sono momenti in cui si ritrova il mezzo giorno alle dieci e ci sente partecipi con tutto il corpo e tutta l’intelligenza - un fremito che si crede costante, impulso vegetale, da fotosintesi- di tutto ciò a cui assistiamo, di quello che diciamo e ascoltiamo.
Un simile stato dell’anima, permettetemi di usare questo termine, accordato sulla nota di fondo che suona il mondo in una sintonia cosmica che ci fa sentire di grandezza costante sia in rapporto ai sistemi solari e alle galassie, sia alle cellule e ai protoni, devono averlo saputo sostenere con perpetuità alcune persone. Tra queste un ragazzino di qualche secolo fa che non capendo l’algebra per astratto si mise a disegnarla al lume del moccolo e del sole, intestardendosi nella comprensione delle forme della natura che lo circondava e puntando sulla vista gli altri quattro sensi più la fibra stessa: le proporzioni cominciarono a sciogliere i loro numeri in linee ogni giorno più precise.
Gli andò bene, prese la strada giusta e non poteva essere altrimenti, ma andò oltre. Comprese che laddove, attorno a lui, la sostanza per distinguersi dall’aria si raggrumava in diverse densità -ed ecco gli alberi, il tavolo e le persone- sul suo foglio accadeva il contrario. Comprese che la sua penna non aggiungeva inchiostro su un supporto bianco, ma sul bianco agiva togliendogli dominio, scavando spazio.
I suoi disegni erano sculture al contrario, il foglio una finestra su una dimensione perfettamente simmetrica, speculare alla realtà tangibile in cui per contrasto egli si muoveva, svolgendo la sua vita.
La sua creatività da intuito si trasformò in leone, una fiera luminosa impegnata in una lotta esaltante, solitaria, contro l’aria che i suoi artigli fendevano senza provocare ferite e guadagnando una sempre maggiore leggerezza che, sulla carta, per esattezza, lo portò a volare.


                                                                                                                        ND.

Wednesday, 14 September 2011

Comizi d'amore (1965)

Umile omaggio a Pasolini. Umile omaggio ad Ungaretti.



Nella ricerca di un luogo che fosse adatto per ambientare Il Vangelo secondo Matteo, Pier Paolo Pasolini intraprende un viaggio attraverso l'Italia e, spinto da un' instancabile curiosità e una grande passione, dà vita a Comizi d'amore. Munito di microfono, Pasolini si aggira tra i più diversi ambienti sociali, ripercorrendo la penisola da nord a sud, e chiede di poter sapere l'opinione degli italiani riguardo sessualità, amore, erotismo: contadini, operai, studenti, massaie, attori, scrittori, nessuno è risparmiato. Fornisce così una fotografia del Paese all'inizio degli anni '60 del secolo scorso (era il '63, il film uscirà poi nel '65).

Leggendo i giornali in questi giorni, ci si è accorti della comparsa di altri “Comizi d'amore”: mi riferisco al programma che pare abbia in serbo Michele Santoro per la prossima stagione. Staremo a vedere lo spaccato dell'Italia del 2011. La curiosità cresce.

Sara

Saturday, 3 September 2011

Porsi un limite

Pensiero sulle Pitture Rupestri

Giraffa, Acacus, Libia


Se pensate che due triangoli possano bastare, uno per la testa e l'altro più grosso per il tronco, a formare il corpo di un bisonte o una linea, inseguita da altri simili segmenti, a restituire l'immagine di un cacciatore che vibra la sua lancia, vi sbagliate di grosso. Ma ancora di più vi trovereste in errore a credere che ogni metro quadrato di parete rocciosa fosse considerato adatto a scalfirci sopra i tratti da ripassare a tinte ocra, ematite e carbone, e che queste raffigurazioni si trovassero sulla soglia delle caverne alla vista di tutti, lambite dalla luce del sole.
Al contrario, le pitture rupestri sono nella maggior parte dei casi lontane dalla portata di uno sguardo distratto e collocate in fondo, in punti difficilmente accessibili, in cui per arrivare si deve scommettere sulle spanne lasciate libere dai faraglioni sommersi e, da questi, maggiormente riparate dal magnetismo della superficie.
Si era nel paleolitico superiore, tra i 30 ai 35 mila anni fa, un'epoca in cui alle prime pitture murali coincide l'inizio del culto dei morti; circostanza da cui è stato dedotto come queste potessero essere opera di sciamani, soli o a capo di piccoli gruppi, dediti a celebrare riti propiziatori inscenando coi loro disegni una realtà parallela in grado di influire sull'effettivo successo di situazioni quotidiane, ma cruciali, come ad esempio una battuta di caccia.
In molti sostengono così che l'arte trovi la sua origine al delinearsi di un sentimento religioso con un maggior grado di complessità -una nuova comunicazione rivolta al divino- e seguendo questa via molti libri di storia lasciano ad intendere come il senso del bello possa esserne stato solo una conseguenza.


Eppure io non posso fare a meno di pensare ai chissà quanti segni, forme e accostamenti di colore avranno catturato l'attenzione di quegli uomini prima di essere da loro riempiti di significato. E per questo stesso motivo, chissà quante strane foglie o nuvole li avranno ricordato profili di animali, e ciocche di capelli intrise di fango, rosso perché ricco di ferro, o ancora sassi e rametti risparmiati al fuoco e messi da parte in un angolo per ritornarci successivamente con l'immaginazione e scoprire, infine, di averne imparato a ricavare i limiti delle cose.

Se c'è qualcosa che credo di poter dedurre dalla tecnica affinata e dalla collocazione delle pitture murali in fondo alle grotte, non è tanto la nascita dell'arte, quanto un sistematico occultare, nella storia dell'uomo, ciò che d'improvviso viene caricato di significato e per questo soggetto a perdere i suoi “contorni”.

Si cerca allora di ricrearli, ma le sfaccettature rimangono e non è più possibile riportare allo stato precedente ciò a cui si partecipava nell'immediato e l'imboccatura delle caverne diventa il livello zero tra due dimensioni, l'accesso ad un mondo sotterraneo i cui cunicoli al lume della fiaccola si gremiscono di segni.

Col tempo, il nome di Dio diventerà impronunciabile per alcuni e per altri su ogni particolare del creato incomberà il bando dell'iconoclastia. Non si conteranno le sette, le associazioni e le confraternite segrete legate dal fatto di non comprendere segretamente, ciò che qualcun altro di buon grado, forse più saggio, non si sforzerà di comprendere alla luce della piazza o, all'opposto -ma isolato- concentrandosi tutto in una volta all'ombra d'un albero di fichi.



Nicco.



Wednesday, 17 August 2011

Nostalgia e l'Albero del Desideroso

Quasi un anno fa ho preso un aereo( in realta' 4) e sono partito verso il totale ignoto. E' sempre cosi', sei sicuro di quello che fai, sei convinto che la strada sara' in salita, sei sicuro di sapere cosa lasci indietro, e sei sicuro che quando torni(perche' sei sicuro di tornare) tutto sara' come prima.

Ricordo quella mattina a fine novembre quando i due intrepidi fratelli Erjavec sono passati sotto un enorme scritta appesa da parte a parte nel corridoio dell'aereoporto con scritto G'DAY MATE! WELCOME TO AUSSY!
Ed eccoci qua, come volevamo, siamo lontano, siamo liberi, siamo diversi, siamo vivi e abbiamo un anno di avventure da condividere e 2 borse piene che contro ogni logica sappiamo che andremo a riempire anche di piu',di vita vissuta e ricordi.
Usciamo dall'aereoporto, ci accendiamo la prima sigaretta dopo interminabili ore di film di seconda scelta sul retro di un sedile e cortesie asiatiche di tutti i generi, io spiego a Gaia cose di cui credo di conoscere il funzionamento, lei si guarda attorno come fa un bambino al suo primo giorno di scuola superiore; ora siamo qua e dovremo imparare ad avere a che fare con 2 cose: la Vita (mentre fin'ora eravamo protetti dalla rete chiamata affetti/famiglia) e la Nostalgia(che fin'ora ci aveva solo fatto piangere sui finali di certi film).
Vita non e' un concetto che posso mettermi a spiegare cosi' su due piedi, sono millenni che tutti ci provano e si finisce sempre con l'inventare un dio, una genesi, delle regole e delle punizioni, quindi mi dedichero' alla nostalgia, la mia ossessione e speranza.

Prima di fare una scelta come quella di andare in Australia per non si sa quanto tempo, uno si costruisce sempre una specie di "albero di idee" in cui alle radici troviamo la vita che uno ha sempre fatto con le sue diramazioni di interessi, ambienti, amicizie,e strade da evitare;

le radici sorreggono il tronco, che e' fatto di tutto quello che ci puo' essere tolto solo con risvolti funebri, la struttura portante, il nucleo, the core, coloro che per te darebbero tutto e per cui tu sacrificheresti ogni tuo possesso fisico e non;

poi ci sono i primi rami, quelli che nascono direttamente dal tronco;
alcuni sono piu' grossi e con una base solidamente ancorata al tronco e sono coloro di cui la nostra vita e piena, non possiamo fare a meno di loro, vero amore e veri amici sono tutti qua. I rami in questione non necessitano da parte del viaggiatore contatti eccessivamente frequenti, non chiedono qualcosa in cambio di qualcos'altro, sono persone il cui solo pensiero ti fa cambiare lo stato d'animo, l'immagine di un sorriso che ti cambia la giornata(voci ed espressioni e movimenti che hai visto ripetersi talmente tante volte che sono dentro di te, devi solo cercarli....sono parte integrante della Vita....);
alcuni sono meno stabili, si sono ancorati al tronco principale ma ci sono arrivati per vie preferenziali, non si puo' assicurare che reggano l'urto di una partenza o che tengano il peso di un addio.

infine dai primi rami ci sono infinite diramazioni di rami rametti che ciclicamente creano boccioli, foglie, fiori, polline, allergie, colori, indifferenza, marciume, humus.... insomma la vita di tutti i giorni che passa e non si ferma mai.

insomma prima di partire uno si fa un trip nel suo albero, parte dalle radici e si arrampica fin su in cima dovendo scegliere in quest'arrampicata un milione di volte tra A e B, tra 1 e 2, tra vecchio e nuovo, tra amore e Amore.

la mia arrampicata e' stata terribile, mi sono ferito, e ho pianto per tutto il tronco e non solo, sono coperto di ciccatrici e ho anche alcune ferite aperte che sembrano non avere capacita' di coagulazione, ma ad un certo punto ho visto il cielo ho fatto lo scatto finale e sono volato via...puff....svanito, scomparso, prima c'ero, poi non c'ero piu'.

il brutto di arrampicarsi sul proprio albero prendendo su di esso un sentiero ben definito e' che lentamente i rami non scelti o i fiori ignorati muoiono, o cominciano a soffrire e molto di rado hanno una forza e voglia di crescita tale da raggiungerti in cima da qualche parte, al prossimo livello.

Ora e' il diciassette agosto 2011 ho ventiquattro anni, un milione di errori alle spalle (che pero' mi hanno dato una visione del mondo molto piu' variegata di quella che puo' avere chi di errori non ne ha fatti), ho passato mesi interi a domandarmi chi cazzo me l'abbia fatto fare(poi guardavo mia sorella crescermi di fianco e capivo chi me l'ha fatto fare), sono passato dall'essere uno studente scapestrato ad essere un commis chef nel miglior bistro di cucina francese a Melbourne; dall'essere un ragazzino che studiava la chitarra svogliatamente per gli esami del conservatorio a passare ogni minuto libero con una chitarra in mano cercando accordi, melodie, rime e giochi di parole che soddisfino la mia sete di musica; ho ricominciato a leggere( abitudine persa per tutta la mia fase post adolescenziale)e leggo libri di storia!!(il mio babbo ne andrebbe fiero;> ), ho incontrato persone, con cui ora condivido i miei attimi quotidiani, che si stanno conquistando velocemente un posto sul mio troco principale, vivo in una bella cameretta all'incirca circondata dal verde, sto imparando(molto lentamente) a suonare la tromba e posso vedere i miei obbiettivi materializzarsi lentamente all'orizzonte.

Ma provo nostalgia
e la nostalgia mi isola, piu' io provo nostalgia, piu' non voglio pensarci; piu' non voglio pensarci, piu' il tempo passa; piu' il tempo passa, piu' sono le cose e le persone che lentamente cadono come frutti maturi seminando semi, magari proprio sotto al mio albero, magari lontano dove non li trovero' piu'.

Ma la nostalgia ce l'avro' sempre in borsa con me, la trovero' sempre nel portafoglio, e ne riempiro' interi taccuini e magari qualche disco, perche' sono nato sotto una stella in movimento, sono figlio di una terra di nessuno(viaggiando ti rendi conto che Trieste non e' collocabile in nessuna nazione...men che meno in Italia), ho sangue slavo, cittadinanza italiana, parlo in inglese e faccio cucina francese, voglio diventare tutto e voglio essere me stesso, voglio parlare con tutti e sapere cosa sanno, voglio stare da solo, voglio pensare e voglio che la gente mi indichi col dito quando cammino.

Credo percio' di poter affermare che che la nostalgia diventa cronica in coloro che che assecondano i desideri e di conseguenza colpisce tutte le persone che fortunatamente o sfortunatamente entrano a far parte "dell'albero del desideroso".

mi scuso con chiunque sia stato in quelche modo segnato dalla mia partenza e spero un giorno di poter condividere con voi tutto quello che sto imparando.

piu' avanti esprimero tutti i concetti sopra elencati in musica, al momento non ho la tecnologia per condividerli con voi sulla rete.

e come ultima cosa mi scuso per l'uso improprio di accenti e apostrofi, ma scrivo da una tastiera australiana non da una italiana.

from Aussy with love.

Go.


Monday, 8 August 2011

Non ho mai avuto grosse passioni


Le Petit Nicolas, di R. Goscinny e illustrato da J.J. Sempe'


Non ho mai avuto grosse passioni. Da piccolo, mai ho speso troppo tempo giocando alle macchinine e una volta cresciuto il calcio o i vestiti firmati mi sono rimasti a lungo sconosciuti. Nessun interesse, materia o disciplina sono mai riuscite in seguito a rapirmi al punto di sacrificare per una sola fra esse, tutti gli altri soggetti su cui la mia curiosità di tanto in tanto, più col salto di una cavalletta “elettrica” che col volo silenzioso e graziosamente affannato di una farfalla, la mia curiosità si posava.
Ciò ha avuto dei risvolti positivi in quanto raramente in vita mia m'è capitato d'annoiarmi, ma allo stesso tempo devo ammettere che sinora non sono riuscito a specializzarmi in niente.
In poche parole, per quanto riguarda i miei interessi, e in generale la mia crescita, seguo un filo logico tutto mio che agli altri apparirà sicuramente incoerente se non addirittura estraneo alle logiche di una formazione rispondente alle leggi del mercato del lavoro, per quanto ingenerose queste possano essere.
Non di meno, ripensandoci, non posso negare che ci siano dei soggetti particolari che ricorrono sin da quand'ero bambino nella mia mente e su cui amo perdermi cercando di valutare da tutti i punti di vista situazioni che, assolutamente senza motivo, si presentano ai miei occhi.
Uno di questi soggetti favoriti sono sicuramente le problematiche e le intuizioni degli uomini primitivi, sia che con questa espressione si designino gli uomini e le donne che al giorno d'oggi vivono in società considerate “semplici” che ignorano la scrittura o comunque vivono ancora di caccia e raccolta, oppure all'umanità del nostro paleolitico o anche antecedente, prima ancora che ognuno dei soggetti che la formavano potesse essere classificato come homo.
Gli albori in particolare, m'hanno sempre dato le vertigini e nel mio piccolo, come già accennato, ho accampato supposizioni su trame e coincidenze grazie a cui lo strano animale dal pollice opponibile sia potuto diventare colui che oggi ciascuno di noi ha coscienza di essere.
Dicevo appunto un animale, perché mi rimane infatti un mistero come si possa non essere convinti del fatto che l'uomo sia parente delle scimmie. Al di là del fattore genetico -è noto che condividiamo più del 98% del nostro patrimonio genetico con gli scimpanzé e più del 95% con i gorilla e gli oranghi- mi pare così evidente tale legame che quella di Darwin non mi sembra nemmeno una “grande scoperta”, ma semplicemente una constatazione a cui rispondere: “E capirai!”.
Le mani, gli occhi e le gentilezze che gli scimpanzé si scambiano tra di loro, ma non esitano a offrire anche a specie diverse, e le perplessità che si scorgono sui loro volti, specialmente quando si trovano in cattività, sono quanto di più ingenuamente umano io abbia mai visto.
Stando a quanto scrivo, si potrebbe credere che io viva sul Kilimangiaro e non faccia altro che osservare gruppi di primati tutto il giorno. Non è così, e non credo occorra questo per rendersene conto.

Questo post serve così a introdurre una serie di miei articoli che, conoscendomi, tratteranno inevitabilmente di uomini primitivi nei sensi dati in precedenza, in modo spontaneo e non scientifico (dato, tra l'altro, che non ho nessun titolo per farlo) e che tanto bene si riuniranno sotto l'etichetta “essere umano” di cui vado fiero e che Adrirwin col suo “fallire d'inconsapevolezza” ha avuto la sensibilità di inaugurare.



Ndobe.

Tuesday, 19 July 2011

Lo strano privilegio del rischio



Esiste una tendenza tra la gente di potere e in buona parte anche tra chi pensa di detenerne una briciola, che può dare molto a pensare. Si tratta di una particolare inclinazione, diventata lampante nel corso dell’ultima campagna pro-nucleare, all’accettazione del rischio.
Rischio tanto più attraente quando riguardi non una situazione individuale e specifica, ma il destino di una generica collettività e per periodi non determinati, ma che si protraggono indefinitamente nel tempo.
Verrebbe da credere che ciò sia dovuto alla mancata realizzazione delle conseguenze personali, giuridiche e non, nel caso in cui tale rischio diventi un pericolo fondato e, allo stesso momento, all’opportunità di partecipare agli utili qualora si riveli un buon investimento. Troppo lontane nello spazio e nel tempo appaiono gli eventuali danni, benché possano dirsi irreparabili, al punto di arrivare a situazioni paradossali.
Da settimane, ad esempio, in un raggio di oltre 50 Km attorno alla centrale di Fukushima i bambini delle scuole elementari hanno cominciato a perdere sangue dal naso. Disgraziatamente, ciò è dovuto alla notevole esposizione all’irraggiamento che si è propagato dalla centrale che, come già appurato in altri casi, provoca l’abbassamento dei globuli bianchi. Nondimeno, in molti hanno tentato di dare a questo tristissimo evento altre improbabili cause e in numero ancora maggiore sono stati quelli che hanno ignorato questa notizia.

Thursday, 30 June 2011

fallire d'inconsapevolezza

Quante cose, anche comuni, non so fare. Guidare una moto, riconoscere piante ed animali, qualche nozione di meccanica ed agraria, cucire Tante cose che permettono di vivere la vita con più consapevolezza ed autonomia.
Prendi il cucinare, che ti permette di avere un controllo su ciò che mangi che diamo per scontato, ma che in realtà non abbiamo Quante volte sono i surgelati l'unica via per cambiare la nostra monotona dieta, o scatolette piene di conservanti di cibi precotti che ci privano della gioia di fare con le nostre mani e ci regalano tempo da sprecare davanti a un computer o alla televisione, perché questo è l'uso che ne facciamo.
Odiosa la dipendenza da altre cose/persone. E la disponibiità di denaro è soltanto un'illusione di indipendenza, ma è anzi un vincolo ancora più stretto all'altro, che ci tiene in pugno con la sua conoscenza.

Lo scopo dell'esistenza è la conoscenza, ma solo in un'ottica di consapevolezza, o autocoscienza. Imparare a muoversi camminando permette un ritorno, un nuovo ridimensionalmento de'uomo che torna a rapportarsi con il sistema mondo in maniera umile dopo aver capito quali siano effettivamente le sue dimensioni paragonato all'immensa Terra.
Muoversi con le proprie forze è la propria intelligenza rende liberi. Invece, se l'uomo medievale aveva l'umiltà di autodefinirsi "un nano sulle spalle dei giganti", in un contesto comunque paragonabile dal punto di vista meramente numerico della popolazione, ora l'uomo moderno è un insetto. Questo perché dimostra un'ignoranza di sé e del mondo che tracima nella stupidità. Ammessa, e non concessa, un'istruzione perseguita in maniera decente, questa stessa istruzione non è che la punta dell'iceberg dell'intero scibile umano, un'acquisizione superficiale a cui mancano effettivamente le basi per una consapevolezza almeno sufficiente dell'argomento trattato, e quindi gli strumenti per una discussione costruttiva.
Nonostante un livello culturale indubbiamente più alto rispetto ai secoli precedenti, l'uomo moderno è un fallimento in corrispondenza delle sue potenzialità: le possibilià di scoprire ed assimilare, ma anche di rifiutare, dopo un'attenta disanima personale, che si sono infinitamente moltiplicate grazie alle rivoluzioni teconologiche condotte da persone che hanno invece applicato quella loro consapevolezza del mondo (magari l'unico barlume che avevano, senza essere dei geni assoluti e a tuttotondo alle Leonardo), queste possibilità per ognuno di noi in un rapporto fra occasioni colte e perdute, assumono un valore profondamente inferiore a uno. E a sommarsi al fallimento del singolo c'è l''incapacità dell'intero genere, in quanto il numero di perone illuminate dalla cosapevolezza del proprio essere nel mondo non è aumentato in maniera proporzionale alla popolazione né all'accesso della cultura.