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Tuesday, 29 November 2011

I Blocchi Viola

Seconda parte del post “Soltanto un porto, in Israele”.

Il porto di Ashdod è uno scalo importante che si stende lungo il litorale come una costola di cemento attaccata dal mare alla Terra Santa e, per arrivare al varco d'uscita che avevo in mente, impiegai almeno mezz'ora.
Il cielo era nuvoloso, ma stava lentamente aprendosi e la giornata era mite. Dopo dieci minuti di marcia passai accanto a due pullman parcheggiati che avrebbero potuto essere i famosi Shuttle Bus per i passeggeri della nave, obbligatori per uscire dal porto, ma tutti i cartelli e le scritte erano solo in caratteri ebraici. Eppoi non c'era nessuno, nemmeno l'autista - pur essendo la portiera spalancata- a cui chiedere informazioni. Stando così le cose mi sentii autorizzato a non capire e a proseguire per la mia strada tenendo sott'occhio i movimenti di uno di quei giganteschi montacarichi a quattro zampe che servono per spostare i blocchi colorati, ma dalle tonalità slavate, dei container.

Quando arrivo al Gate il primo con cui incrocio lo sguardo è un ragazzo biondo leggermente in disparte rispetto al passaggio a livello che lascia passare le auto con brevi interruzioni. Sembrerebbe di origini slave e mi guarda con diffidenza, ma non dice niente. Ci sono però altri due, un ragazzo dalla carnagione olivastra e i capelli scuri, e una ragazza dai lineamenti tipicamente indiani. Sono loro che fermano le macchine e chiedono i documenti. Vestono la stessa uniforme grigia che da ora in poi indosseranno tutti quelli che mi fermano per i controlli.

Sventolo il mio pass e faccio per andare, dando per scontato che mi prendessero per un turista, ma il ragazzo dai capelli neri mi richiama indietro, quasi sorpreso. Gli mostro il documento e prima di visionarlo chiama a sé il suo collega biondo, come per mostrargli e insegnargli una cosa nuova. Ha l'atteggiamento di chi conosce il proprio mestiere, mentre il secondo ha un'espressione dura e si limita ad ascoltare. Non posso fare a meno di notare che entrambi sono molto giovani e probabilmente hanno meno dei miei venticinque anni.

Dopo aver letto le mie generalità mi dice “I love Italy, but you can not go this way. This is only for cars and I can not chek you properly.* Devi andare al Gate numero 3 che è laggiù in fondo.”
Rispondo sullo stesso tono, esprimendo la mia delusione per quella precauzione a mio avviso eccessiva, ma non faccio cenno all'equazione “mi piace il paese da cui provieni perciò mi piaci anche tu”, perché so bene che può essere una cosa ben più profonda della boutade da poliziotto che potrebbe sembrare e sinceramente non ho voglia di impelagarmi. Trascurando di prendere in considerazione che i tratti somatici di loro tre soli coprono buona parte dell'Eurasia. “Laggiù in fondo? Ma dove esattamente?”
“Vai dritto sino alla rotonda, poi chiedi.”

Vado allora verso il Gate numero tre ora che il sole si è levato e sull'asfalto strisciano nugoli di sabbia fine. Alla sinistra, sulle pareti di una di quelle lunghe costruzioni che fanno da magazzino e allo stesso tempo servono a caricare i camion, sono dipinti dei murales, ma i loro colori hanno poche sfumature e il gioco di prospettive ne risulta schiacciato. Anche i loro motivi non sono originali: una grande cerniera che si apre su uno sfondo di un'altra tonalità; il volto dell'uomo gigante che cerca di farsi breccia attraverso una specie di velo per irrompere in questa dimensione; un ragazzino vestito da corridore che, tra grossi cubi viola, sostiene a sua volta sulla schiena un grosso cubo viola nella stessa posizione in cui Atlante mantiene sollevata la volta celeste.

La sostituzione del Titano barbuto con la figura di un fanciullo, dalle evidenti aspirazioni atletiche, non mi convince affatto. Anzi, la sensazione di pesantezza che ne deriva sembra essere insuperabile, mentre ho sempre pensato che sotto lo sforzo del Titano, impegnato per punizione a tenere separati la terra dal cielo, fosse possibile una realtà di cose minute, generatrici di un certo grado di serenità.

Le immagini di questi graffiti invece, mentre mi dirigo allo spartitraffico per poi svoltare e avviarmi al Gate numero 3, danno luogo a un non precisato affanno senza punte di originalità. E la figura del ragazzino corridore, più di tutte, potrebbe fare da illustrazione a uno di quei racconti sulle adolescenze difficili che si leggono sulle antologie di terza media.


Fine della seconda parte.


Niccolò D.

*Mi piace l'Italia, ma non puoi passare di qui. Questo passaggio è solo per le auto e non ti posso controllare come si deve.

Saturday, 19 November 2011

Soltanto un porto, in Israele.

Prima Parte.

In Israele non mi è riuscito di allontanarmi dal porto. O meglio, ce l'ho fatta solo per qualche minuto, ma in un punto in cui davanti a me vedevo ancora container e l'unica terra che ho potuto calpestare, a parte l'asfalto, è stata quella di alcune aiuole sporche di cartacce, lattine e brandelli di copertone.
Non so spiegare perché sia andata così, forse perché quando eravamo ancora sul ponte della nave, prima di arrivare, si era sparsa la notizia che era vietato aggirarsi a piedi per i dock ed era obbligatorio prendere lo Shuttle Bus o il taxi per andare almeno sino al vicino centro di Ashdod. Credo sia stato in questo modo che la mia curiosità, in maniera inconscia, si è ripiegata sulla circostante area demaniale, nell'arco della manciata di ore a disposizione.

I controlli però, erano iniziati sin dal giorno prima. A Cipro una delegazione israeliana, composta da quattro ragazze in abiti civili e un solo uomo oltre i cinquanta in tuta bianca e celeste, avevano controllato i passaporti e le facce di ogni membro dell'equipaggio intenzionato ad uscire. Qualche secondo occhi negli occhi e, se non vi fosse stato scorto il Maligno, veniva rilasciato un foglietto di carta con la foto e i dati personali, valido solo per la sosta della nave nello stato ebraico.

Tuttavia, oltre a questa ispezione evidente a tutti, per entrare in Israele sono stati necessari prima e durante l'approccio l'invio di una documentazione minuziosa con i dati di tutte le persone a bordo e l'acquisizione di un contatto costante via radio VHF direttamente con la Marina Militare Israeliana. Anche in questa occasione, le onde del canale 67 trasmettevano una voce di donna che una dopo l'altra dirigeva le navi alla rada, evitando di farle passare per una “no-go area”, non segnalata sulla carta.

A poche miglia dalla costa, sono frequenti gli avvicinamenti di navi da guerra e in cielo il volo di aerei militari. Nel nostro caso, quando si poteva già scorgere in lontananza l'entrata del porto, un'imbarcazione di pattuglia carica di soldati dalle facce grevi e i fucili spianati, ha percorso un giro in senso orario attorno alla nave. Saranno stati più di una ventina, uomini e donne, tutti in piedi e disposti prevalentemente in due cerchi serrati, uno a prua e l'altro a mezzo, dandosi le spalle tra loro in modo da essere rivolti tutti verso l'esterno. Si è trattato quasi di un'apparizione perché la loro lancia agile e svelta, pur non tralasciando di posare uno sguardo oltremodo attento, sparisce velocemente tra noi, nave passeggeri, e altre due mercantili che aspettavano l'arrivo del Pilota per essere condotte all'ormeggio.

Era mattino presto e l'unica luce era una striscia gialla dietro ai palazzi in lontananza, per il resto era tutto metallico, il cielo coperto e il mare mosso. Ashdod non doveva essere una bella città, a vedere il suo profilo da lontano sembrava un po' squallida, ma non m'importava. Succede molte volte di non trovarsi in città eccezionali, ma non per questo la voglia di vedere coi propri occhi come la gente ci vive svanisce. L'avrei visitata volentieri, desideroso di conoscere la sua quotidianità durante una mezza giornata di novembre.

Sbarcai finalmente dalla nave e sulla banchina un ragazzo e una ragazza vestiti di jeans stretti e felpa neri aspettavano i passeggeri discendere la scaletta seduti vicino a un metal detector, che così collocato sul molo, con le grandi distanze che si potevano vedere attraverso, sembrava strano come una porta collocata in uno spazio aperto. Lei doveva essere l'incaricata principale di quell'ispezione e spegnendo una sigaretta per accendersene immediatamente un'altra, con un'espressione dura mi chiese di posare tutto quello che avevo con me su un tavolino e di rigirare le tasche dei pantaloni. Chiavi, macchina fotografica, cintura: nessun problema.

Varcato questo primo controllo, non vedo attorno a me nessuno Shuttle bus o altra indicazione che ne faccia cenno, solo due taxi con un prezzario che non riesco a decifrare perché non mi sono chiesto sino ad ora quanto valga uno Shekel. Sulla sinistra però ci sono dei grossi hangar e un cartellone con su scritto Duty Free. Dentro vi si trovano una serie negozi scintillanti che attraverso interessandomi distrattamente a un Hard Disk portatile, per poi arrivare presso una porta di vetro che spingendo, senza nessuno sforzo si apre.

Eccomi libero di vagare per il porto senza che nessuno faccia caso alla mia presenza domandandomi perché mai potesse essere proibito e tra gru, lamiere e bomboloni di gas su carrelli a rotaia, dirigermi istintivamente verso l'uscita più vicina alla città.



Fine della prima parte.

                                                      Niccolò D.