Saturday, 19 November 2011

Soltanto un porto, in Israele.

Prima Parte.

In Israele non mi è riuscito di allontanarmi dal porto. O meglio, ce l'ho fatta solo per qualche minuto, ma in un punto in cui davanti a me vedevo ancora container e l'unica terra che ho potuto calpestare, a parte l'asfalto, è stata quella di alcune aiuole sporche di cartacce, lattine e brandelli di copertone.
Non so spiegare perché sia andata così, forse perché quando eravamo ancora sul ponte della nave, prima di arrivare, si era sparsa la notizia che era vietato aggirarsi a piedi per i dock ed era obbligatorio prendere lo Shuttle Bus o il taxi per andare almeno sino al vicino centro di Ashdod. Credo sia stato in questo modo che la mia curiosità, in maniera inconscia, si è ripiegata sulla circostante area demaniale, nell'arco della manciata di ore a disposizione.

I controlli però, erano iniziati sin dal giorno prima. A Cipro una delegazione israeliana, composta da quattro ragazze in abiti civili e un solo uomo oltre i cinquanta in tuta bianca e celeste, avevano controllato i passaporti e le facce di ogni membro dell'equipaggio intenzionato ad uscire. Qualche secondo occhi negli occhi e, se non vi fosse stato scorto il Maligno, veniva rilasciato un foglietto di carta con la foto e i dati personali, valido solo per la sosta della nave nello stato ebraico.

Tuttavia, oltre a questa ispezione evidente a tutti, per entrare in Israele sono stati necessari prima e durante l'approccio l'invio di una documentazione minuziosa con i dati di tutte le persone a bordo e l'acquisizione di un contatto costante via radio VHF direttamente con la Marina Militare Israeliana. Anche in questa occasione, le onde del canale 67 trasmettevano una voce di donna che una dopo l'altra dirigeva le navi alla rada, evitando di farle passare per una “no-go area”, non segnalata sulla carta.

A poche miglia dalla costa, sono frequenti gli avvicinamenti di navi da guerra e in cielo il volo di aerei militari. Nel nostro caso, quando si poteva già scorgere in lontananza l'entrata del porto, un'imbarcazione di pattuglia carica di soldati dalle facce grevi e i fucili spianati, ha percorso un giro in senso orario attorno alla nave. Saranno stati più di una ventina, uomini e donne, tutti in piedi e disposti prevalentemente in due cerchi serrati, uno a prua e l'altro a mezzo, dandosi le spalle tra loro in modo da essere rivolti tutti verso l'esterno. Si è trattato quasi di un'apparizione perché la loro lancia agile e svelta, pur non tralasciando di posare uno sguardo oltremodo attento, sparisce velocemente tra noi, nave passeggeri, e altre due mercantili che aspettavano l'arrivo del Pilota per essere condotte all'ormeggio.

Era mattino presto e l'unica luce era una striscia gialla dietro ai palazzi in lontananza, per il resto era tutto metallico, il cielo coperto e il mare mosso. Ashdod non doveva essere una bella città, a vedere il suo profilo da lontano sembrava un po' squallida, ma non m'importava. Succede molte volte di non trovarsi in città eccezionali, ma non per questo la voglia di vedere coi propri occhi come la gente ci vive svanisce. L'avrei visitata volentieri, desideroso di conoscere la sua quotidianità durante una mezza giornata di novembre.

Sbarcai finalmente dalla nave e sulla banchina un ragazzo e una ragazza vestiti di jeans stretti e felpa neri aspettavano i passeggeri discendere la scaletta seduti vicino a un metal detector, che così collocato sul molo, con le grandi distanze che si potevano vedere attraverso, sembrava strano come una porta collocata in uno spazio aperto. Lei doveva essere l'incaricata principale di quell'ispezione e spegnendo una sigaretta per accendersene immediatamente un'altra, con un'espressione dura mi chiese di posare tutto quello che avevo con me su un tavolino e di rigirare le tasche dei pantaloni. Chiavi, macchina fotografica, cintura: nessun problema.

Varcato questo primo controllo, non vedo attorno a me nessuno Shuttle bus o altra indicazione che ne faccia cenno, solo due taxi con un prezzario che non riesco a decifrare perché non mi sono chiesto sino ad ora quanto valga uno Shekel. Sulla sinistra però ci sono dei grossi hangar e un cartellone con su scritto Duty Free. Dentro vi si trovano una serie negozi scintillanti che attraverso interessandomi distrattamente a un Hard Disk portatile, per poi arrivare presso una porta di vetro che spingendo, senza nessuno sforzo si apre.

Eccomi libero di vagare per il porto senza che nessuno faccia caso alla mia presenza domandandomi perché mai potesse essere proibito e tra gru, lamiere e bomboloni di gas su carrelli a rotaia, dirigermi istintivamente verso l'uscita più vicina alla città.



Fine della prima parte.

                                                      Niccolò D.