Thursday, 6 October 2011

Parli come badi!

Riflessione sull'attuale questione della lingua.


Ricordo che qualche mese fa, era un giovedì sera, s'era riusciti come sempre a fatica a vedere 'Annozero' in streaming, cosa che all'estero appunto è possibile solo per vie non propriamente autorizzate. E come spesso accadeva il giovedì sera, dalle casse del computer uscivano le urla gracchianti del sottosegretario Daniela Santanchè, provocandoci tra l'altro un certo disagio (sia per la cattiva qualità del suono, sia un po' anche per la Santanchè in se stessa). La mia coinquilina tedesca che, grazie alle reminiscenze del latino studiato anni fa al Gymnasium, riesce ogni tanto ad individuare qualche parola di casuali conversazioni in italiano, quella sera si trovava con noi e assisteva apparentemente senza interesse alla trasmissione: mi colpì quindi quando ad un tratto mi chiese “Ma perché continua a ripetere la parola verità?” Lì per lì, devo essere sincera, non seppi cosa rispondere; mi resi conto che effettivamente la parola era già stata ripetuta più volte ed io non ne avevo quasi fatto caso. Perché, quindi?

Capita, a volte, di ripetere una parola talmente tanto che ad un certo punto essa si riduce solamente ad una sequenza di suoni e perde via via il suo significato. A me succedeva quando dovevo imparare le coniugazioni dei verbi (e studiando lingue, per questa fase ci sono già passata varie volte...): io bevevo, tu bevevi, egli beveva, noi bevevamo, voi beveva -va -va -ve -...eh?

Il trucco quindi stava funzionando anche quel giovedì sera, a forza di ripeterla la verità era diventata qualcosa di scontato, cui non ci si faceva più caso ma, soprattutto, non era più verità!

Qui si rischia addirittura di cadere nel filosofico, eppure c'è chi si riempie la bocca di queste parole e ce le fa sentire e risentire. Vorrei considerarne un'altra, cui forse qualcuno a questo punto avrà già inevitabilmente pensato: ebbene sì, libertà. In molti hanno provato a spiegare cosa sia, molti hanno lottato e lottano per ottenerla, molti sanno che non ce l'avranno mai, eppure rimane sempre un concetto difficile da definire in maniera univoca. E quindi quando sentiamo parlare di libertà, la domanda dovrebbe sorgere spontanea: ma quale libertà? La libertà del popolo? La libertà che avremo nel futuro? La libertà che sta a sinistra e che sostiene la causa dell'ecologia? Insomma, c'è libertà dappertutto, e abbiamo ancora il coraggio di lamentarci!

E ce ne sono molte altre di queste parole: amore, per esempio, e ovviamente il suo contrario, valori, emergenza, merito, e la lista potrebbe continuare ancora a lungo.

Ci sono poi parole più volgari che entrano a far parte dell'uso comune, proprio perché anche queste vengono riproposte con una tale frequenza che ci si dimentica del loro essere volgari e non ci si preoccupa nemmeno più di tappare le orecchie ai bambini quando queste vengono pronunciate. Di questi tempi poi tali parole escono allo scoperto con molta più assiduità, sarà la crisi che ci rende tutti più nervosi...

Buttandola sul ridere Niccolò proponeva, qualche post fa, il nome per il nuovo partito, facendo riferimento alle intercettazioni del mese scorso in cui il nostro Paese veniva definito di merda, e proprio da chi del Paese dovrebbe prendersi più cura e dare “il buon esempio”. Ebbene, oggi sempre lo stesso soggetto ha proposto un nome migliore.

Se quindi continuiamo a non badare, come invece suggeriva Totò, andrà a finire che questo trucchetto ci lascerà senza parole!

(Per concludere, vi rimando ad un post di qualche tempo fa, dal blog di Maurizio Viroli sul sito del Fatto Quotidiano: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/25/chi-parla-male-pensa-male/153335/)


Sara


(Nota: non me ne voglia la Santanchè, il post ha chiaramente un tono ironico! In ogni caso di fronte ad un'accusa posso sempre difendermi dicendo che “sono stata fraintesa”, pare che la scusa funzioni...)


Tuesday, 4 October 2011

Ernst L. Kirchner: correndo sul ponte

Ernst Ludwig Kirchner e die Brücke

Czardastaenzerinnen, 1908/1920
Il Ponte, ovvero die Brücke, fu il nome del gruppo di studenti di architettura che nel 1905 scelsero di percorrere assieme un tragitto ambizioso, benché la loro irrequietezza non glielo facesse apparire tale. Si trattava di rendersi media lungo le coordinate spazio-tempo della storia dell'arte unendo con pennellate dai colori sfrontati i maestri medievali della pittura germanica quali Dürer e Grünewald a ciò che essi ritenevano essere lo spirito del proprio tempo e, con grandi campate che sorvolassero la tradizione accademica, trovare una congiunzione tra l'espressione artistica europea e quella tribale dell'Africa e dell'Oceania.


Le stanze-studio di Fritz Bleyl, Karl Schmidt-Rottluff, Erich Heckel, e in particolare quella di Ernst Ludwig Kirchner -già una vecchia macelleria di Dresda- aprirono così le porte ad anni di frenetica ricerca sull'impatto emotivo delle forme che rappresentano la realtà materiale che ci circonda, attraverso accostamenti di colore in grado di catturare istanti particolari della loro percezione, tagliando l'elaborazione sensoriale in infiniti strati particolari.


In qualche anno, il crescente apprezzamento del pubblico e della critica portò il gruppo a trasferirsi nella capitale Berlino dove Kirchner poté approfondire la sua analisi della dimensione urbana, investigando sulle atmosfere di luci al neon cariche di movimento la cui elettricità non sembra mai essere in grado di lasciarsi alle spalle le solitudini, dai toni ben più sordi, della massa metropolitana. Volti di passanti che appaiono e si illuminano tra la folla come pesci in acque scure intercettati da un filo di luce, assieme a tram sferraglianti e bivi desolati, si accosteranno allo studio costante sulla figura umana ritratta prevalentemente in ambienti chiusi. Soffitte, locali notturni o tendoni da circo, sono infatti i luoghi dove i soggetti di Kirchner sembrano cadere, alternamente, in apparente stato di quiete -dato che non si ha mai la sensazione che tale calma sia della stessa natura di una contemplazione riappacificante nemmeno quando riprende motivi orientali - o in balia delle giravolte di un ballo sfrenato.


Potsdamer Platz, 1914
Nel 1913 il Ponte si scioglie, probabilmente Kirchner aveva peccato di egocentrismo nello scrivere Chronik der Brücke, la storia del gruppo, mandando su tutte le furie i suoi compagni che non si videro degnamente rappresentati. Ognuno di loro, e Kirchner più degli altri, tenterà in seguito di sminuirne l'esperienza con dichiarazioni irriverenti su quel che effettivamente doveva essere stato per la maturazione artistica dei suoi componenti. Personalmente però, non sono incline a dare troppo peso a tali postume dichiarazioni di disistima e d'altronde nemmeno volendo si potrebbe veramente cancellare il segno lasciato dal Brücke, la cui energia creativa contribuì parallelamente ai Fauves francesi alla nascita dell'Espressionismo.


Con lo scoppio della prima guerra mondiale, Kirchner si arruola come volontario, ma è un soldato emotivo che soffre la disciplina e in breve tempo sarà vittima di un pesante crollo nervoso che lo farà riformare dall'esercito. Esplicito a questo riguardo, il suo “Autoritratto come Soldato”, dove si rappresenta in uniforme e con una mano mutilata, senza in realtà aver mai subito tale incidente fisico.


Self-portrait as a Soldier, 1915
Per guarire si rifugerà in Svizzera, presso un sanatorio della località alpina di Davos, dove migliorerà le sue condizioni e lenirà la dipendenza da alcol e morfina sotto la supervisione dei dottori. Sarà questa l'occasione per entrare in contatto ravvicinato con l'ambiente naturale, probabilmente la tematica risolutiva dell'esperienza artistica di Kirchner, considerando l'arco della sua breve vita.


In una lettera da Davos del 1913 scrive: “ Il caro Van de Velde oggi mi scrive che dovrei fare ritorno alla vita moderna. Per me è fuori discussione. E neppure lo rimpiango... Le delizie che il mondo provvede sono le stesse dappertutto, differendo solo nella loro forma esteriore. Qui si impara come vedere oltre e ad andare più in profondità rispetto alla vita “moderna”, la quale generalmente è molto, molto più superficiale, malgrado la sua ricchezza di forme esteriori”.

Durante la convalescenza, il suo successo crebbe ulteriormente e nel 1921, cinquanta sue opere furono in mostra al Kronprinzenpalais di Berlino. Le esposizioni che avevano luogo in tutta la Germania lo costrinsero a riconsiderare la possibilità di un ritorno in patria, dove riprese a lavorare a ritmo incessante. All'inizio degli anni trenta la sua grande versatilità di pittore, incisore ligneo e scultore, gli apriva continuamente nuove frontiere e presto gli fu assegnato il prestigioso allestimento della hall del Folkwang Museum di Essen. Un lavoro che purtroppo non riuscì mai a completare a causa dell'avvento al potere del regime nazista che s'impadronì della struttura ed inserì Kirchner nella lista degli “artisti degenerati”.

Woman in a Green Blouse, 1913
Dal 1933 Kirchner fu continuamente osteggiato dalle contromisure culturali di Goebbels e presto gli fu interdetto di esporre in territorio tedesco. Oltre seicento fra le sue opere vennero confiscate ai musei per venire distrutte o vendute all'estero.


Reso ancora più fragile dalle circostanze politiche e dal bando totalitario sull'arte moderna, Kirchner si tolse la vita presso la sua abitazione di Davos, un anno prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.




Per un'introduzione all'opera di Ernst Ludwig Kirchner, in lingua inglese, consiglio di seguire i link a questi due tesi in formato pdf e di fare riferimento alle pagine omonime di Wikipedia, ancora una volta in inglese e in tedesco.


1. http://static.royalacademy.org.uk/files/kirchner-student-guide-13.pdf


2. http://www.newyorkartworld.com/reviews/kirchner.html


N. Doberdob

Monday, 26 September 2011

In odor di caffè


Ci sono tante leggende sulla scoperta del caffè, il pastore Kaldi che vede le sue capre agitarsi dopo aver mangiato i frutti di certe piante e Maometto ritemprato da una bevanda scura preparatagli appositamente dall'arcangelo Gabriele, ma l'immagine del vasto incendio propagatosi per miglia e miglia lungo gli altipiani dell'Abissinia, credo fornisca l'immagine più suggestiva. É un bagliore che si fa strada sulla linea dell'orizzonte a leghe di distanza come una miccia, associabile facilmente all'irruzione dell'alba. Ed il levarsi del sole significa risveglio anche per chi non abbia chiuso occhio tutta la notte.
Abbrustolendosi, le bacche rosse, tra le foglie allungate degli arbusti di “Qahwah”, devono aver sprigionato nell'aria l'odore di una casuale torrefazione che probabilmente un vento caldo dell'ovest avrà avuto la forza di spingere fin sull'altra sponda del Mar Rosso. Attorno alle mura della città di Mokha, i Sufi per primi nei loro monasteri ricavarono dai chicchi tostati una bevanda simile a quella che conosciamo noi oggi e i mercanti yemeniti fiutarono l'affare che li arricchirà per secoli.

Dalle quattro alle otto del mattino, sul ponte buio della nave, di caffè vien voglia di farsene più di qualcuno, ma anche in questo caso un buon caffè può diventare una specie di miraggio. Va a finire che ci si abitua a quello solubile, non senza aver tentato mille combinazioni: amaro, col latte, con molto zucchero, senza niente. Io adesso lo preferisco amaro, dopo aver provato per qualche giorno una strana ricetta di caffè e zucchero inumiditi e pestati assieme, prima di essere sciolti in acqua bollente. Ne veniva fuori un impiastro colloso dall'odore di bruciato, tanto più chiaro quanto i granelli erano resi fini mescolandolo dentro la tazza e da cui poi si creava una schiumetta che ricordava vagamente quella di un espresso.
Una preparazione troppo lunga e noiosa per una leggera alterazione in meglio del gusto. Presto si ritorna a vedere quell'impiastro con sguardo vacuo e a domandarsi: “ma che cosa sto facendo? ”

Durante il periodo che ho trascorso in Inghilterra, Carole, la mia housemate franco-brasiliana, col tono tra l'ironico e il supponente di chi allo stesso tempo vanta infinite piantagioni e centinaia di formaggi, mi chiese perché in Italia fosse così forte, anche affettivamente, la tradizione del caffè. Non mi ricordo cosa le risposi, inventai qualcosa sul momento che cominciava tipo “Come come mai? É perché..”


NiccoD.

Tuesday, 20 September 2011

Sos Pirati

Scusate se approfitto del blog per diffondere questi link, ho pensato di farlo perché il Circolo Marlowe, in fondo, è un porto dove si incontrano marinai, veri o immaginari che siano. Io no so se le petizioni, l'informarsi e il parlarne possa davvero servire in questa assurda situazione. Forse qualcuno me lo saprà dire. Non mi va di discutere tanto sulla faccenda, per me ha a che fare con un incontro che è stato importante. Se avete voglia dedicateci qualche minuto. Grazie.
La situazione:
http://www.beppegrillo.it/2011/09/gli_italiani_dimenticati_della_savina_caylyn/index.html
La petizione:
http://www.firmiamo.it/inondiamo-di-firme-la-farnesina-marinai-rapiti-liberi
Le ultimissime notizie:
http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2011/09/19/news/savina-caylyn-i-pirati-quot-avanti-con-le-trattative-o-torturiamo-gli-ostaggi-quot-1.825259Inserisci link

Saturday, 17 September 2011

Cose dell'altro mondo

Andare a teatro oggi è diventato un lusso che non tutti possono permettersi, eppure, si sa, non sempre è stato così. E non mi riferisco solamente al puro aspetto economico, ma alla concezione stessa del teatro che, alle origini, era ben diversa.

Sebbene la Chiesa nel Medioevo avesse proibito gli spettacoli teatrali, fu proprio all'interno delle chiese che presero vita le prime sacre rappresentazioni, ovvero le messe in scena dei più importanti episodi biblici così che potessero essere compresi anche dalla popolazione che, per la maggior parte analfabeta, doveva assistere a funzioni religiose completamente in latino.

Il primo caso di rappresentazione di un episodio biblico per mezzo di attori fu il Presepe di Greccio, realizzato da San Francesco nei primi decenni del XIII secolo.

Tali spettacoli si spostarono successivamente fuori dai luoghi di culto, per conquistare infine le piazze e le vie delle città.

Nelle contrade di Firenze, le compagnie di attori usavano organizzare dei giuochi, cioè degli spettacoli, “per fare allegrezza e festa”, e ben presto tra i vari rioni si indissero gare a chi sapesse fare gli spettacoli migliori. Ed ecco il racconto del fiorentino Giovanni Villani di ciò che accadde in Borgo San Friano (oggi San Frediano), il giorno delle calende di maggio del 1304, ovvero il primo giorno del mese; racconto che Alessandro D'Ancona riporta nelle sue Origini del teatro italiano.


In fra l'altre, come per antico aveano per costume quegli di Borgo San Friano di fare più nuovi e diversi giuochi, sì mandarono un bando, che chiunque volesse sapere novelle dell'altro mondo, dovesse essere il dì di calende di maggio in su 'l Ponte alla Carraia, e d'intorno all'Arno; e ordinarono in Arno sopra barche e navicelle palchi, e fecionvi la somiglianza e la figura dello 'nferno, con fuochi e altre pene e martorj, con uomini contraffatti a demonia orribili a vedere, e altri, i quali avevano figure d' anime ignude, che parevano persone, e mettevangli in quegli diversi tormenti con grandissime grida e strida e tempesta , la quale parea odiosa cosa e spaventevole a udire e a vedere, e per lo giuoco vi trassono a vedere molti cittadini, e 'l Ponte alla Carraia, il quale era allora di legname da pila a pila, si caricò sì di gente che rovinò in più parti, e cadde colla gente che v'era suso, onde molte genti vi morirono e annegarono, e molti se ne guastarono le persone, sicché il giuoco da beffe avvenne col vero, e com'era ito il bando, molti per morte n'andarono a sapere novelle dell'altro mondo.


Questa e altre testimonianze di questo tipo, sono gli unici documenti che ci rimangono oggi per poter immaginare cosa significasse “andare a teatro” all'epoca e capire quale ruolo rivestisse il teatro, il medium di massa per eccellenza del tempo.

Com'è noto, nel Medioevo la vita terrena non costituiva che una fase di passaggio alla vita nell'aldilà, di importanza ben maggiore: la condotta dell'individuo mortale decideva il destino della sua esistenza immortale.

Tale concezione del tempo e della vita influenzava non solo il teatro, ma l'intero canone artistico medievale, in particolare le arti figurative rivestivano un ruolo centrale, essendo l'immagine un mezzo efficace ed immediato per istruire la grande massa della popolazione.

Mi vedo quindi quasi costretta a concludere anche questo post con un riferimento alla Cappella degli Scrovegni, a Padova, la cui realizzazione e decorazione per mano di Giotto risale proprio agli stessi anni dell'incidente del Ponte alla Carraia. La Cappella, voluta dal ricco banchiere patavino Enrico Scrovegni, rappresentava una sorta di ex voto col quale poter espiare i peccati, suoi e della sua famiglia di noti usurai. Grazia che poteva permettersi solamente chi disponeva di grosse somme di denaro, quindi. Ma, tralasciando le “regole” del tempo, vorrei invece considerare l'affresco che copre l'intera parete della controfacciata e che rappresenta il Giudizio Universale, leit motiv per eccellenza della storia dell'arte, e non solo quella medievale. E vorrei soffermarmi su un particolare: i due angeli che, rappresentati nella parte superiore, ai lati di una grande trifora, srotolano letteralmente il cielo, quasi a tirare il sipario tra vita terrena e vita ultraterrena, permettendoci forse di poter capire un po' meglio quale fosse allora la concezione del teatro e il suo legame con la vita.


Beh, e va da sé, nel Giudizio Universale lo Scrovegni compare dalla parte dei beati.


Sara


(Per chi fosse interessato, il testo di D'Ancona, che è composto di due volumi, si può trovare in versione digitale sul sito http://www.archive.org/search.php?query=creator%3A%22D'Ancona%2C%20Alessandro%2C%201835-1914%22)