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Saturday, 17 September 2011

Cose dell'altro mondo

Andare a teatro oggi è diventato un lusso che non tutti possono permettersi, eppure, si sa, non sempre è stato così. E non mi riferisco solamente al puro aspetto economico, ma alla concezione stessa del teatro che, alle origini, era ben diversa.

Sebbene la Chiesa nel Medioevo avesse proibito gli spettacoli teatrali, fu proprio all'interno delle chiese che presero vita le prime sacre rappresentazioni, ovvero le messe in scena dei più importanti episodi biblici così che potessero essere compresi anche dalla popolazione che, per la maggior parte analfabeta, doveva assistere a funzioni religiose completamente in latino.

Il primo caso di rappresentazione di un episodio biblico per mezzo di attori fu il Presepe di Greccio, realizzato da San Francesco nei primi decenni del XIII secolo.

Tali spettacoli si spostarono successivamente fuori dai luoghi di culto, per conquistare infine le piazze e le vie delle città.

Nelle contrade di Firenze, le compagnie di attori usavano organizzare dei giuochi, cioè degli spettacoli, “per fare allegrezza e festa”, e ben presto tra i vari rioni si indissero gare a chi sapesse fare gli spettacoli migliori. Ed ecco il racconto del fiorentino Giovanni Villani di ciò che accadde in Borgo San Friano (oggi San Frediano), il giorno delle calende di maggio del 1304, ovvero il primo giorno del mese; racconto che Alessandro D'Ancona riporta nelle sue Origini del teatro italiano.


In fra l'altre, come per antico aveano per costume quegli di Borgo San Friano di fare più nuovi e diversi giuochi, sì mandarono un bando, che chiunque volesse sapere novelle dell'altro mondo, dovesse essere il dì di calende di maggio in su 'l Ponte alla Carraia, e d'intorno all'Arno; e ordinarono in Arno sopra barche e navicelle palchi, e fecionvi la somiglianza e la figura dello 'nferno, con fuochi e altre pene e martorj, con uomini contraffatti a demonia orribili a vedere, e altri, i quali avevano figure d' anime ignude, che parevano persone, e mettevangli in quegli diversi tormenti con grandissime grida e strida e tempesta , la quale parea odiosa cosa e spaventevole a udire e a vedere, e per lo giuoco vi trassono a vedere molti cittadini, e 'l Ponte alla Carraia, il quale era allora di legname da pila a pila, si caricò sì di gente che rovinò in più parti, e cadde colla gente che v'era suso, onde molte genti vi morirono e annegarono, e molti se ne guastarono le persone, sicché il giuoco da beffe avvenne col vero, e com'era ito il bando, molti per morte n'andarono a sapere novelle dell'altro mondo.


Questa e altre testimonianze di questo tipo, sono gli unici documenti che ci rimangono oggi per poter immaginare cosa significasse “andare a teatro” all'epoca e capire quale ruolo rivestisse il teatro, il medium di massa per eccellenza del tempo.

Com'è noto, nel Medioevo la vita terrena non costituiva che una fase di passaggio alla vita nell'aldilà, di importanza ben maggiore: la condotta dell'individuo mortale decideva il destino della sua esistenza immortale.

Tale concezione del tempo e della vita influenzava non solo il teatro, ma l'intero canone artistico medievale, in particolare le arti figurative rivestivano un ruolo centrale, essendo l'immagine un mezzo efficace ed immediato per istruire la grande massa della popolazione.

Mi vedo quindi quasi costretta a concludere anche questo post con un riferimento alla Cappella degli Scrovegni, a Padova, la cui realizzazione e decorazione per mano di Giotto risale proprio agli stessi anni dell'incidente del Ponte alla Carraia. La Cappella, voluta dal ricco banchiere patavino Enrico Scrovegni, rappresentava una sorta di ex voto col quale poter espiare i peccati, suoi e della sua famiglia di noti usurai. Grazia che poteva permettersi solamente chi disponeva di grosse somme di denaro, quindi. Ma, tralasciando le “regole” del tempo, vorrei invece considerare l'affresco che copre l'intera parete della controfacciata e che rappresenta il Giudizio Universale, leit motiv per eccellenza della storia dell'arte, e non solo quella medievale. E vorrei soffermarmi su un particolare: i due angeli che, rappresentati nella parte superiore, ai lati di una grande trifora, srotolano letteralmente il cielo, quasi a tirare il sipario tra vita terrena e vita ultraterrena, permettendoci forse di poter capire un po' meglio quale fosse allora la concezione del teatro e il suo legame con la vita.


Beh, e va da sé, nel Giudizio Universale lo Scrovegni compare dalla parte dei beati.


Sara


(Per chi fosse interessato, il testo di D'Ancona, che è composto di due volumi, si può trovare in versione digitale sul sito http://www.archive.org/search.php?query=creator%3A%22D'Ancona%2C%20Alessandro%2C%201835-1914%22)

Friday, 12 August 2011

Cuore di pietra


"A work of Art, be it ever so humble, is long lived; we never tire of it (...). All works of Art have the property of becoming venerable amidst decay: and reason good, for from the first there was a soul in them, the thought of man, which will be visible in them so long as the body exists in which they were implanted."

W. Morris – Art and Socialism, 1884


Per quanto possa essere umile, un'opera d'arte vive a lungo, non ce ne stanchiamo mai (...). Tutte le opere d'arte hanno la capacità, in mezzo al decadimento, di diventare venerabili: e a ragione, perché fin dal principio c'è un'anima in loro, il pensiero umano, che sarà visibile finché esisterà il corpo in cui esse sono state fissate.


Come non essere d'accordo William Morris riguardo al fascino, l'anima, che si racchiude in un'opera d'arte. Un potere che stupisce ancora di più quando esso sprigiona dalla fredda e dura pietra, che d'improvviso prende sembianze a noi più o meno conosciute o riconoscibili, e che riesce a farci stare, magari solo per un momento, immobili a fissare.

Non so come sia dal vivo la statua della margravia Uta di Ballenstedt, meglio nota come Uta di Naumburg, ma pare che la sua anima si sia mostrata perfino attraverso le immagini che negli ultimi tempi, e con una certa frequenza, mi è capitato di vedere.

Si diceva meglio nota come... questa figura è diventata celebre a livello mondiale grazie alla mano di Walt Disney, che se ne servì per dare le sembianze alla sua Grimilde, la matrigna di Biancaneve.

La statua si trova nel Duomo di Naumburg, cittadina tedesca della Sassonia-Ahnalt, ed è opera dell'ignoto Maestro di Naumburg, cui si deve la decorazione del tramezzo e del coro, dove compaiono anche le dodici statue dei fondatori del duomo stesso.

Al fine di classificare, come d'abitudine, quest'opera mediante un'etichetta, bisogna sapere che il Duomo rappresenta un importante esempio del passaggio dal periodo romanico a quello gotico; fu attorno al 1250, infatti, che venne commissionata la ricostruzione della già esistente cattedrale romanica, risalente al 1029.

Tra i committenti, dunque, appare anche Uta, che visse tra il 1000 e il 1046, raffigurata al fianco di Ekkehard, margravio di Meissen col quale si sposò nel 1026. La loro fu un'unione basata con tutta probabilità su fini politici, tuttavia la coppia non generò successori.

Ciò che colpisce è la distanza tra le due figure; in una tradizionale posa, il valoroso Ekkehard sfoggia scudo e spada, volgendo il suo fermo sguardo verso l'orizzonte. Uta è invece avvolta nel suo lungo mantello, che è costretta a reggere con la mano, e ne tira il bavero fino a coprire parte del viso, accentuandone ulteriormente il perfetto ovale incorniciato dalla corona.

Quel che possiamo scorgere di lei è quindi solamente il volto ed una mano, dato che l'altro braccio rimane completamente nascosto tra le pieghe della cappa. É proprio questo celare che attira l'attenzione sui pochi, ma eleganti dettagli: la naturalezza della mano nel cercare di non far cadere il mantello, i tratti finissimi del volto, la malinconia dello sguardo diretto verso un punto indefinito nello spazio e nel tempo. Pochi elementi per rappresentare la nobiltà della figura.

Figura che in ogni epoca ispirò e catturò sguardi appassionati; Disney non fu infatti l'unico ad essersi lasciato rapire dal fascino di Uta, pare che lo stesso Umberto Eco abbia dichiarato che, dovendo decidere con quale figura femminile del medioevo desiderasse avere un appuntamento, sceglierebbe senza dubbio lei.

La strumentalizzazione di quest'immagine si spinse ad un estremo durante il periodo nazista, quando Uta divenne icona della bellezza ariana e prototipo dell' “arte classica”, da contrapporre alla cosiddetta “arte degenerata”. Sicuramente il Maestro di Naumburg non voleva spingersi così in là.

Oggi si ha la possibilità di vedere in mostra a Naumburg, fino al 2 novembre, l'intera opera del Maestro, di cui poco si sa, ma pare che operò anche in altre cattedrali del nord Europa tra le quali Reims, Amiens, Chartres e probabilmente anche Strasburgo e Metz.

Prima di concludere vorrei segnalare un'altra immagine, tratta questa volta da un affresco, risalente a qualche decennio dopo (1303-1305) e che è parte della straordinaria opera di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Si tratta di una delle scene dalla vita di Maria, Il saluto di Gioacchino e Sant'Anna. La figura avvolta nel mantello nero riesce a distogliere l'attenzione perfino dalla scena di un bacio! Chi ci ricorda?


Sara