Monday, 15 August 2011

Il bello, il brutto è Lucini


Facendo un po' di zapping svogliato, l'altra sera mi sono imbattuta in una trasmissione su d'Annunzio e il Vittoriale il cui livello di feticismo sfiorava la comicità -ahimè la leggenda delle costole sembrerebbe esser falsa- e mi son ricordata di Gian Pietro Lucini, un poeta di cui nessuno metterà in una bacheca le scarpe, anzi, la scarpa, visto che un piede non c'era più. Lucini è un poeta attivo nel panorama culturale italiano dagli anni '90 dell'Ottocento fino al 1914, anno della sua morte. È un personaggio di difficile collocazione, raramente citato, spesso ai margini di qualche discussione su riviste specialistiche. Figura che fu quasi ignorata dai contemporanei, è stata ripresa appena attorno al 1970 dalla critica senza una conseguente divulgazione su larga scala. Forse la causa di questo oblio e delle varie incomprensioni che l'hanno visto etichettato ora come scapigliato, ora come futurista, è da ricercarsi nella complessità che affiora costantemente nelle sue pagine poetiche e teoriche. La sua è un'opera organica e non antologizzabile, del resto è lui stesso a dichiararci il disprezzo per le antologie: “Conosco l'imbecilli delle Antologie colle malinconie di castrare le statue e le liriche e di sciupare, nella melma, i fiori.”
Per creare un'etichetta flessibile, direi che Lucini è un simbolista che ha 'scavalcato' il decadentismo (di un simbolismo frutto d'una propria sperimentazione e di una continua elaborazione d'una vastissima e variegata cultura, non d'importazione di modelli precostituiti), arrivando, per una strada tutta sua, alle soglie dell'avanguardia. In lui infatti si intravede qualcosa che sarà dell'espressionismo e, come dichiarerà lo stesso Marinetti, il futurismo ne è debitore-soprattutto per le sue teorizzazioni sul verso libero-.
Dal simbolismo però s'allontana per quanto riguarda il concetto di parola puramente evocativa, del decadentismo non può accettare la tendenza all'autocommiserazione e dell'avanguardia futurista non condivide l'eccessiva volontà di rottura oltre che alcune idee politiche; il distacco dal movimento sarà definitivo al momento dei dibattiti colonialisti. L'edificatore barbarico sarà reclamato e riconosciuto da Marinetti, ma gli si negherà. Nella sua diffida alla prefazione futurista delle sue Revolverate se ne leggono le ragioni e direi quasi la sua stessa poetica:
Dobbiamo riconoscere, scoprire, occupare, impadronirci, non distruggere.
Bisogna essere coetanei di qualunque generazione a venire.
E ancora, quel che vorrei veder scritto sulla porta di ogni accademia, scuola, teatro, museo..:
La vera distruzione è fare un'opera d'arte tale da offuscare le precedenti.
Di certa avanguardia lo infastidisce la volontà di fuga, per Lucini l'arte è anche sofferenza e per lui c'è da amare ciò per cui si soffre, ricordando però che “menar vanto è ridicolo”. La sua vita fu di certo piena di sofferenza: colpito da una malattia terribile, era storpio al punto che è stato detto che a confronto Leopardi poteva definirsi un bell'uomo, ma l'infermità non la leggiamo se non nelle biografie, dalla sua poesia non ce ne potremmo accorgere. Sofferenza ed un po' d'orgoglio (ed una visione molto lucida sulla problematica del destinatario della nuova poesia) si possono poi intravedere dalla corrispondenza riguardo le vendite, poche decine di testi comprati, la maggior parte regalati, edizioni rare e spesso clandestine, idee di un anarchico convinto, anticlericale fino al midollo che gridava contro tutti e tutto, contro trono ed altare, senza mai assolvere la massa, grida di un geniale individualista che nessuno ha avuto voglia di ascoltare. Solo Sanguineti ha saputo cogliere il meglio di questo poeta, e ha saputo, con un ottima critica, definirlo nostro contemporaneo (circa 40 anni fa, ma le ragioni sono ancora valide) le cui figure d'odio sono ancora le nostre.
E quanto avrebbe odiato il documentario che me l'ha fatto tornare in mente! Lui che, pur essendo vittima di un'infatuazione giovanile, è finito per scrivere l'Antidannunziana dicendoci che l'artista è qualche cosa di più di un venditore di bijoux cesellati alessandrinamente, ma pauroso del vivo raggio del sole e che madama retorica si è fatta acconciatura ed abiti di ogni sorta di rigatteria, tutto ciò che è vecchio senza essere antico.
Voglio immaginare il suo fantasma che s'aggira per il Vittoriale, mentre osserva i turisti e le bacheche, chissà che capolavoro sta scrivendo!

Le opere di Lucini non si trovano nelle librerie, nelle biblioteche si può reperire molto, non tutto. Consiglio Le revolverate e Le nuove revolverate a cura di Sanguineti, edizioni Einaudi.

Un assaggio di versi dal Congedo alle revolverate:

Uscite, giovanetti dalle coscienze bianche spappolate,
uscite, giovanetti edulcorati,
laminati dal buon terz'ordine boschino,
riconfortati all'aure impoverite
de' respiri melensi e cittadini;
nonzoli, uscite, libidinosi
bitorzoluti dall'onanismo,
emuniti liceisti di mal francese,
madamigelle pallide di leucorrea,
chierichetti mignoni insatiriti,
vittime, collegiali, compiacenti;
uscite galantuomini meschini
e nevrastenici di monarchia,
belle speranze e prodotti d'Italia,
eroi da un soldo, poetini in fregola,
poetesse di rossor catameniali,
pie prostitute de' confessionali
scintillanti ufficiali inuzzoliti,
monaci,monacelle,
abati modernisti,
incapucciati modernisti del vecchio rituale;
uscite fuori funzionaretti indebitati,
facili prosseneti delle spose
languide, intenzionali e feministe,
cornuti compiacenti per il benessere della famiglia
che s'aumenta e insiste capriciosetta;
uscite fuor per la densa fanghiglia
dell'alba lutulenta e miseranda:
-lumache viscide tentano il passo,
molli tentaculi sporgono a prova;
or sì, or no, si giova il mollusco flacido,
chiocciola o piovra lattiginosa e crudele;
or no, or sì, pretende l'invertebrato il pasto:-
no, Gente-per-bene! Domani,
saran tutte le strade sbarrate, ingombre di cadaveri;
vostri cadaveri affratellati:
sian tutte queste carogne sociali
che abbattei con piacer, l'una sull'altra,
con giuste e numerate revolverate.

1908