Monday, 8 August 2011

Non ho mai avuto grosse passioni


Le Petit Nicolas, di R. Goscinny e illustrato da J.J. Sempe'


Non ho mai avuto grosse passioni. Da piccolo, mai ho speso troppo tempo giocando alle macchinine e una volta cresciuto il calcio o i vestiti firmati mi sono rimasti a lungo sconosciuti. Nessun interesse, materia o disciplina sono mai riuscite in seguito a rapirmi al punto di sacrificare per una sola fra esse, tutti gli altri soggetti su cui la mia curiosità di tanto in tanto, più col salto di una cavalletta “elettrica” che col volo silenzioso e graziosamente affannato di una farfalla, la mia curiosità si posava.
Ciò ha avuto dei risvolti positivi in quanto raramente in vita mia m'è capitato d'annoiarmi, ma allo stesso tempo devo ammettere che sinora non sono riuscito a specializzarmi in niente.
In poche parole, per quanto riguarda i miei interessi, e in generale la mia crescita, seguo un filo logico tutto mio che agli altri apparirà sicuramente incoerente se non addirittura estraneo alle logiche di una formazione rispondente alle leggi del mercato del lavoro, per quanto ingenerose queste possano essere.
Non di meno, ripensandoci, non posso negare che ci siano dei soggetti particolari che ricorrono sin da quand'ero bambino nella mia mente e su cui amo perdermi cercando di valutare da tutti i punti di vista situazioni che, assolutamente senza motivo, si presentano ai miei occhi.
Uno di questi soggetti favoriti sono sicuramente le problematiche e le intuizioni degli uomini primitivi, sia che con questa espressione si designino gli uomini e le donne che al giorno d'oggi vivono in società considerate “semplici” che ignorano la scrittura o comunque vivono ancora di caccia e raccolta, oppure all'umanità del nostro paleolitico o anche antecedente, prima ancora che ognuno dei soggetti che la formavano potesse essere classificato come homo.
Gli albori in particolare, m'hanno sempre dato le vertigini e nel mio piccolo, come già accennato, ho accampato supposizioni su trame e coincidenze grazie a cui lo strano animale dal pollice opponibile sia potuto diventare colui che oggi ciascuno di noi ha coscienza di essere.
Dicevo appunto un animale, perché mi rimane infatti un mistero come si possa non essere convinti del fatto che l'uomo sia parente delle scimmie. Al di là del fattore genetico -è noto che condividiamo più del 98% del nostro patrimonio genetico con gli scimpanzé e più del 95% con i gorilla e gli oranghi- mi pare così evidente tale legame che quella di Darwin non mi sembra nemmeno una “grande scoperta”, ma semplicemente una constatazione a cui rispondere: “E capirai!”.
Le mani, gli occhi e le gentilezze che gli scimpanzé si scambiano tra di loro, ma non esitano a offrire anche a specie diverse, e le perplessità che si scorgono sui loro volti, specialmente quando si trovano in cattività, sono quanto di più ingenuamente umano io abbia mai visto.
Stando a quanto scrivo, si potrebbe credere che io viva sul Kilimangiaro e non faccia altro che osservare gruppi di primati tutto il giorno. Non è così, e non credo occorra questo per rendersene conto.

Questo post serve così a introdurre una serie di miei articoli che, conoscendomi, tratteranno inevitabilmente di uomini primitivi nei sensi dati in precedenza, in modo spontaneo e non scientifico (dato, tra l'altro, che non ho nessun titolo per farlo) e che tanto bene si riuniranno sotto l'etichetta “essere umano” di cui vado fiero e che Adrirwin col suo “fallire d'inconsapevolezza” ha avuto la sensibilità di inaugurare.



Ndobe.