Wednesday, 14 September 2011

Comizi d'amore (1965)

Umile omaggio a Pasolini. Umile omaggio ad Ungaretti.



Nella ricerca di un luogo che fosse adatto per ambientare Il Vangelo secondo Matteo, Pier Paolo Pasolini intraprende un viaggio attraverso l'Italia e, spinto da un' instancabile curiosità e una grande passione, dà vita a Comizi d'amore. Munito di microfono, Pasolini si aggira tra i più diversi ambienti sociali, ripercorrendo la penisola da nord a sud, e chiede di poter sapere l'opinione degli italiani riguardo sessualità, amore, erotismo: contadini, operai, studenti, massaie, attori, scrittori, nessuno è risparmiato. Fornisce così una fotografia del Paese all'inizio degli anni '60 del secolo scorso (era il '63, il film uscirà poi nel '65).

Leggendo i giornali in questi giorni, ci si è accorti della comparsa di altri “Comizi d'amore”: mi riferisco al programma che pare abbia in serbo Michele Santoro per la prossima stagione. Staremo a vedere lo spaccato dell'Italia del 2011. La curiosità cresce.

Sara

Come si cambiano i tempi

Vi siete mai chiesti cosa succede a bordo di una nave quando si attraversano i fusi orari? Probabilmente no, ma non importa. Questo video vi illuminerà ugualmente, facendo “chiarezza”, su una procedura che talvolta può essere molto seccante, specie quando si cambia l'ora per due o più giorni consecutivi.
In questi casi, succede di vedere l'orologio del Laptop, che di solito è quello che ci si dimentica di cambiare, e di rendersi conto, alle 16, che l'altro ieri erano ancora le 14 e si poteva continuare a dormire, mentre adesso s'è già tardi sul ponte. Viene da pensare allora al perché la nave non possa mantenere sempre la stessa ora, la sua, e solcare con quella tutte le rotte per l'est e per l'ovest, indifferenti alla posizione del sole.




Nicc. Doberdob

Thursday, 8 September 2011

Conclave al gusto fragola

Ricordo la prima volta che mi chiamarono papa. Che sono stato papa.
Non papà, attenzione, mi sarebbe piaciuto ma non è andata così. Colpa di Eleonora e dei miei genitori, credo, ma insomma, non ha senso parlarne adesso.
La prima volta che fui papa, dicevo, stavo passeggiando per uno stanzone cinquecentesco, affiancato da un alto corridoio cinquecentesco e alte finestre cinquecentesche allo stesso modo. Passeggiavo piano, in mutande come mi piace e sono solito fare verso maggio, e dalla luce indovinavo il tramonto putrido, trascorrente veloce verso l'imbrunire. I pini marittimi e qualche cipresso, fuori, mi avrebbero dato piacere e sollievo, ed ero indeciso sull'opportunità di avvicinarmi alla terza finestra- la mia preferita- e sui tempi dell'avvicinamento; volevo gustarmelo, lasciare la visione del giardiniere al lavoro sul bel prato all'ultimo istante, come il boccone più buono a tavola, o il gusto migliore nella coppetta gelato. La sorpresa è ancora importante. La conquista.
E proprio di gelato avevo sporche le mani, un gelato alla fragola appiccicoso e rosa. Mi incollava le dita e io mi divertivo a lasciare impronte sulla pietra, in certi angoli polverosi che qualcuno avrebbe poi dovuto- e saputo- pulire.
Preso da questo dubbio seguitavo a camminare piano, l'inguine sudato e un principio di mal di testa. Cibalgina, o aspirina, due volte al giorno. Chissà come agisce col gelato: ma no, farnetichi, questo è troppo. La luce era azzurra e indaco, le ombre sempre più brune si alternavano a fasce verticali chiare, in una successione senza importanza. Io stavo pensando proprio in quel momento all'odore della piega dell'inguine quando sudo, un odore che mi ha sempre ricordato l'erba- una canna intendo-, e al sollievo di un bidet anche quello da centellinare. Una grattatina, magari, ma le dita fragolate si sarebbero appiccicate un po' al pelo pubico: niente di male, ma solo mi frenava l'idea di rovinare l'odore natural de inguine stabaccato.
La pancia, tonda grossa e glabra, da ventenne ben paciuto, splendeva gloriosa nella luce cangiante. Accenni di rosa, sicuramente filtrati dal grosso pino.
In quel momento mi chiamarono, piano come avevo sempre raccomandato di fare. Un sussurro: eminenza... ehm...santità.
In un istante capii tutto; non era difficile, oddio, erano tutte cose ben calcolate e stabilite dagli altri e da me stesso. Pensai ad Eleonora e ai suoi capelli castani, biondi d'estate. Dei boccoli bellissimi, ancora più belli quando ricadevano attorno a un capezzolo (il sinistro aveva di fianco un piccolo neo molto bello). Molto bello. Eleonora era molto bella, ma era finita.
Forse perché, i due pensieri viaggiano sempre insieme nella mia testa, i miei genitori mi sottoposero a quell'operazione. Non c'è un motivo apparente o evidente, non era necessaria, ma quando superai i tredici anni decisero di castrarmi ("perché viviamo ancora in un appartamento, sai", mi dissero). Sarebbe interessante un'indagine psicologica, o almeno un dialogo, ma è sempre mancata l'occasione sia per l'una che per l'altro. E così è tutto sommato logico il fatto che non abbia avuto un figlio, anche se mi ci vedevo. Mi ci vedevo eccome. Ma sarà stato il feeling imperfetto con Eleonora, o la castrazione (che le due cose siano legate?), e insomma: non è mai avvenuto.
Così quella sera, quando mi dissero- sussurrarono- un futuro assicurato, a tempo indeterminato, pensai a lei solo una volta. Pensai al figlio mai arrivato. Ai genitori, ma di sfuggita. Ancora al di lei castano, al di lei biondo, sul di lei capezzolo. Rosa. Da papà a papa, mi sussurrai alzando le spalle e voltandomi seminudo.
"Venga, santità, dobbiamo prepararci".
Come dire: a volte basta poco.


umb.
{pubblicato per la prima volta su Het Monster n°1 e sul blog personale}

Wednesday, 7 September 2011

Il nome per il nuovo Partito

In riferimento alle nuove intercettazioni.

Se avessi i media di B., se avessi i soldi di B., gli amici di B., la statura morale di B., gli interessi e, perché no, anche le capacità di B., fonderei un partito: Forza Paese di Merda, che in seguito cambierei, ovviamente, stando attento a non sforzarmi troppo sul predellino, in PdM. Allora sì che sarebbe facile la vita non avendo all’opposizione che puntini di sospensione: Paese Di....

Post-post:

Non ce ne voglia il lettore, se con questo post il blog ha scelto di declinare il suo tono abituale ai tempi odierni; ma chiedo io: come esimersi dal commentare? Certo, si dirà c’è modo e modo, a cui risponderemo, a nostra parziale discolpa, che è voluto il riferimento alla corrente di pensiero, nutrita di menti eccezionali, che vede nell’intestino cieco l’unica via per una trasformazione sostanziale di questo mondo.

A elencare tutte le citazioni illustri si farebbe facilmente nottetempo, perseguendo il vano tentativo di fornirne il giusto compendio, tanto più che queste si spostano in tutte le direzioni, occupando molti dei settori più ambiti dalla sensibilità occidentale.

Citeremmo allora Guido Ceronetti: “se il colon è intasato, l'uomo cessa di essere cogitans”, senza dimenticar di menzionare la controversa opera “Merde d’Artiste” di Piero Manzoni o la legge di conservazione della massa di Antoine Lavoisier: il “nulla si crea e nulla si distrugge” che dal XVIII secolo sottintende una concezione digestiva della materia che ci circonda. Mai e poi mai, tralasceremo il buon Jean-Paul (ah il narciso Jean-Paul!) Sartre, che faceva dire ai suoi rivoluzionari ne “Le Mani Sporche” che per cambiare qualcosa “Il faut mettre les mains dans la merde!”, ovvero il come sia necessario affondarci le mani [nella m. Ndr.]

Si dirà “a noi che ci importa, abbiamo già avuto Mani Pulite” ed è a questo punto che si preferisce rinunciare ad ogni ulteriore tentativo di giustificazione.
Il Follower attento saprà che da noi non si usa normalmente ricorrere a certe parole.


Cercheremo di recuperare in fretta,


Niccolò “Pruderie” Doberdob

Saturday, 3 September 2011

Porsi un limite

Pensiero sulle Pitture Rupestri

Giraffa, Acacus, Libia


Se pensate che due triangoli possano bastare, uno per la testa e l'altro più grosso per il tronco, a formare il corpo di un bisonte o una linea, inseguita da altri simili segmenti, a restituire l'immagine di un cacciatore che vibra la sua lancia, vi sbagliate di grosso. Ma ancora di più vi trovereste in errore a credere che ogni metro quadrato di parete rocciosa fosse considerato adatto a scalfirci sopra i tratti da ripassare a tinte ocra, ematite e carbone, e che queste raffigurazioni si trovassero sulla soglia delle caverne alla vista di tutti, lambite dalla luce del sole.
Al contrario, le pitture rupestri sono nella maggior parte dei casi lontane dalla portata di uno sguardo distratto e collocate in fondo, in punti difficilmente accessibili, in cui per arrivare si deve scommettere sulle spanne lasciate libere dai faraglioni sommersi e, da questi, maggiormente riparate dal magnetismo della superficie.
Si era nel paleolitico superiore, tra i 30 ai 35 mila anni fa, un'epoca in cui alle prime pitture murali coincide l'inizio del culto dei morti; circostanza da cui è stato dedotto come queste potessero essere opera di sciamani, soli o a capo di piccoli gruppi, dediti a celebrare riti propiziatori inscenando coi loro disegni una realtà parallela in grado di influire sull'effettivo successo di situazioni quotidiane, ma cruciali, come ad esempio una battuta di caccia.
In molti sostengono così che l'arte trovi la sua origine al delinearsi di un sentimento religioso con un maggior grado di complessità -una nuova comunicazione rivolta al divino- e seguendo questa via molti libri di storia lasciano ad intendere come il senso del bello possa esserne stato solo una conseguenza.


Eppure io non posso fare a meno di pensare ai chissà quanti segni, forme e accostamenti di colore avranno catturato l'attenzione di quegli uomini prima di essere da loro riempiti di significato. E per questo stesso motivo, chissà quante strane foglie o nuvole li avranno ricordato profili di animali, e ciocche di capelli intrise di fango, rosso perché ricco di ferro, o ancora sassi e rametti risparmiati al fuoco e messi da parte in un angolo per ritornarci successivamente con l'immaginazione e scoprire, infine, di averne imparato a ricavare i limiti delle cose.

Se c'è qualcosa che credo di poter dedurre dalla tecnica affinata e dalla collocazione delle pitture murali in fondo alle grotte, non è tanto la nascita dell'arte, quanto un sistematico occultare, nella storia dell'uomo, ciò che d'improvviso viene caricato di significato e per questo soggetto a perdere i suoi “contorni”.

Si cerca allora di ricrearli, ma le sfaccettature rimangono e non è più possibile riportare allo stato precedente ciò a cui si partecipava nell'immediato e l'imboccatura delle caverne diventa il livello zero tra due dimensioni, l'accesso ad un mondo sotterraneo i cui cunicoli al lume della fiaccola si gremiscono di segni.

Col tempo, il nome di Dio diventerà impronunciabile per alcuni e per altri su ogni particolare del creato incomberà il bando dell'iconoclastia. Non si conteranno le sette, le associazioni e le confraternite segrete legate dal fatto di non comprendere segretamente, ciò che qualcun altro di buon grado, forse più saggio, non si sforzerà di comprendere alla luce della piazza o, all'opposto -ma isolato- concentrandosi tutto in una volta all'ombra d'un albero di fichi.



Nicco.