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Friday, 27 January 2012

L'effetto durava per più di mezz'ora

Non ci facemmo sorprendere dall'alba millefoglie di nuvole scure e piume di pavone, e lasciammo in silenzio che quello sfregolìo atmosferico producesse le sue scariche di bottiglia nel cielo, ultima pellicola di uno sguardo stupito, distrattosi per un attimo dalle nostre teste.

Nello spingerci verso un sapore diverso -avevamo, chissà perché, in mente l'idea di uno speciale gusto di mosto piccante- ci mettevamo in bocca un essere minuscolo e nero dalla forma di stella o più semplicemente della famiglia del granchio, che trovavamo la sera lungo le pendici del canale e conservavamo in un sacchetto senza troppe cure.

Libero finalmente di scorrazzare sulla lingua, coi suoi passetti laterali, s'arrabbiava come un matto quando si scopriva chiuso, imprigionato dalla chiostra dei denti e dalla stretta del palato. Non sapevamo infatti se a ingerirlo fosse velenoso. Allora sentivamo rimbombare nei canali oro-laringei, mugolii inscenanti perdite strazianti, dolori non finiti, battaglie ferme all'istante successivo a quello in cui il colpo mortale è stato sferrato.

E l'esserino prendeva a pizzicare sì, eccome! All'impazzata, e la nostra lingua si intorpidiva e si gonfiava producendo un gusto metallo-amaro e il granchietto alla fine moriva per soffocamento o schiacciato contro il palato.

Sulle nostre lingue che a fatica spingevamo fuori, una patina verde, come se vi fosse stato passato un fascio di ortiche.

L'esserino cadeva per terra e nessuno se ne accorgeva, avrebbe potuto benissimo essere il residuo di una caramella succhiata, di uno sputo.

L'effetto durava per più di mezz'ora.


                                                     Nicco.

Thursday, 8 September 2011

Conclave al gusto fragola

Ricordo la prima volta che mi chiamarono papa. Che sono stato papa.
Non papà, attenzione, mi sarebbe piaciuto ma non è andata così. Colpa di Eleonora e dei miei genitori, credo, ma insomma, non ha senso parlarne adesso.
La prima volta che fui papa, dicevo, stavo passeggiando per uno stanzone cinquecentesco, affiancato da un alto corridoio cinquecentesco e alte finestre cinquecentesche allo stesso modo. Passeggiavo piano, in mutande come mi piace e sono solito fare verso maggio, e dalla luce indovinavo il tramonto putrido, trascorrente veloce verso l'imbrunire. I pini marittimi e qualche cipresso, fuori, mi avrebbero dato piacere e sollievo, ed ero indeciso sull'opportunità di avvicinarmi alla terza finestra- la mia preferita- e sui tempi dell'avvicinamento; volevo gustarmelo, lasciare la visione del giardiniere al lavoro sul bel prato all'ultimo istante, come il boccone più buono a tavola, o il gusto migliore nella coppetta gelato. La sorpresa è ancora importante. La conquista.
E proprio di gelato avevo sporche le mani, un gelato alla fragola appiccicoso e rosa. Mi incollava le dita e io mi divertivo a lasciare impronte sulla pietra, in certi angoli polverosi che qualcuno avrebbe poi dovuto- e saputo- pulire.
Preso da questo dubbio seguitavo a camminare piano, l'inguine sudato e un principio di mal di testa. Cibalgina, o aspirina, due volte al giorno. Chissà come agisce col gelato: ma no, farnetichi, questo è troppo. La luce era azzurra e indaco, le ombre sempre più brune si alternavano a fasce verticali chiare, in una successione senza importanza. Io stavo pensando proprio in quel momento all'odore della piega dell'inguine quando sudo, un odore che mi ha sempre ricordato l'erba- una canna intendo-, e al sollievo di un bidet anche quello da centellinare. Una grattatina, magari, ma le dita fragolate si sarebbero appiccicate un po' al pelo pubico: niente di male, ma solo mi frenava l'idea di rovinare l'odore natural de inguine stabaccato.
La pancia, tonda grossa e glabra, da ventenne ben paciuto, splendeva gloriosa nella luce cangiante. Accenni di rosa, sicuramente filtrati dal grosso pino.
In quel momento mi chiamarono, piano come avevo sempre raccomandato di fare. Un sussurro: eminenza... ehm...santità.
In un istante capii tutto; non era difficile, oddio, erano tutte cose ben calcolate e stabilite dagli altri e da me stesso. Pensai ad Eleonora e ai suoi capelli castani, biondi d'estate. Dei boccoli bellissimi, ancora più belli quando ricadevano attorno a un capezzolo (il sinistro aveva di fianco un piccolo neo molto bello). Molto bello. Eleonora era molto bella, ma era finita.
Forse perché, i due pensieri viaggiano sempre insieme nella mia testa, i miei genitori mi sottoposero a quell'operazione. Non c'è un motivo apparente o evidente, non era necessaria, ma quando superai i tredici anni decisero di castrarmi ("perché viviamo ancora in un appartamento, sai", mi dissero). Sarebbe interessante un'indagine psicologica, o almeno un dialogo, ma è sempre mancata l'occasione sia per l'una che per l'altro. E così è tutto sommato logico il fatto che non abbia avuto un figlio, anche se mi ci vedevo. Mi ci vedevo eccome. Ma sarà stato il feeling imperfetto con Eleonora, o la castrazione (che le due cose siano legate?), e insomma: non è mai avvenuto.
Così quella sera, quando mi dissero- sussurrarono- un futuro assicurato, a tempo indeterminato, pensai a lei solo una volta. Pensai al figlio mai arrivato. Ai genitori, ma di sfuggita. Ancora al di lei castano, al di lei biondo, sul di lei capezzolo. Rosa. Da papà a papa, mi sussurrai alzando le spalle e voltandomi seminudo.
"Venga, santità, dobbiamo prepararci".
Come dire: a volte basta poco.


umb.
{pubblicato per la prima volta su Het Monster n°1 e sul blog personale}