Monday, 16 April 2012

Via della Povertà


  Uscendo dal centro di Cambridge, dirigendosi verso sud-est, si imboccherà Mill Road. Ci si lascia alle spalle la zona storica, con i suoi college, la piazza del mercato e i bei parchi fioriti, per entrare in una dimensione del tutto differente.





  Mi trovo a Cambridge da ormai due mesi e mi mantengo lavorando come cameriera in un caffè, nella centralissima Regent Street. I miei datori di lavoro, tuttavia, sono proprietari anche di un altro locale, più piccolo, situato proprio in Mill Road. I dipendenti vengono fatti lavorare in maniera più o meno equa in entrambi i locali; in particolare, a me tocca Mill Road mediamente un giorno a settimana.
  Qui il lavoro può essere per molti versi noioso, perché i clienti sono rari e alle volte le sei ore di lavoro passano lentamente, se non ci si trova qualcosa da fare. Una mia collega si porta il computer e dei libri per prepararsi agli esami universitari, e ancora mi chiedo dove riesca a trovare lo spazio per farceli stare, tra le torte e la macchina del caffè. Anche io ho sempre un libro con me, tuttavia passo una buona parte del tempo ad osservare quello che succede fuori, sulla strada.


Mill Road, il ponte sulla ferrovia.
  Sede, in passato, di un importante mulino – cui peraltro deve il nome –, Mill Road è oggi un luogo speciale; una strada sempre affollata e decisamente multietnica. É luogo di passaggio quasi obbligato per molti, trovandosi proprio all'incrocio con la stazione dei treni, ma oltre a ciò, ospita molti importanti punti di riferimento per i diversi gruppi etnici che, numerosi, popolano la città. Se si cerca una moschea, una chiesa battista o un tempio indù, è in Mill Road che si deve andare; ugualmente, se si ha voglia di fish and chips, di sushi o di kebab. Inoltre, nei tanti negozietti indipendenti che questa strada vanta, si può trovare davvero di tutto: da prodotti tipici coreani, a ogni tipo di spezia orientale, all'olio extravergine d'oliva, direttamente dalla Puglia; ma anche strumenti usati, prodotti pensati esclusivamente per la cura dei gatti domestici, libri e vestiti di seconda mano.
I colori e gli odori di Mill Road sono diversi da quelli che si possono vedere o sentire nel centro della città, come lo sono le facce e le storie che vi si incrociano.
  Lontana dalle guglie degli antichi e prestigiosi college e dalle vetrine patinate del centro (sulle quali, nelle ultime settimane, campeggia l'Union Jack, a ricordare a tutti che presto si celebrerà il Diamond Jubilee*), Mill Road affascina e allo stesso tempo trasmette un certo senso di malinconia. E a questo contribuisce anche il fatto che molti dei negozi caratteristici di questa strada stanno chiudendo, così, da un giorno all'altro, destando sempre maggiore preoccupazione nei membri della Mill Road Community che si battono per preservare l'unicità di questa zona.

Vetrina spiritosa.

  L'atmosfera malinconica, gli incontri e le brevi conversazioni con i pochi ed abituali clienti del caffè, così come gli scorci di realtà che posso osservare dalla vetrina del locale, alimentano la mia immaginazione e mi fanno venire in mente le storie degli abitanti di Desolation Row, raccontate da Bob Dylan nella sua celebre ballata, o dell'altrettanto nota versione tradotta da Fabrizio De André, Via della Povertà.

  Ed è con le note di quest'ultima che voglio accompagnare la serata, dopo una giornata di lavoro in Mill Road, Via della Povertà.


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                                                                                                                                                    Sara


* Dal 2 al 5 giugno si celebreranno ufficialmente i 60 anni dall'incoronazione della regina Elisabetta II.

Saturday, 14 April 2012

A Vladivostok fa talmente freddo.


A Vladivostok fa talmente freddo che al mercato vendono la carne in fettine sciolte, senza confezione, disposta come arance in cassette di legno o di cartone. Si sceglie il taglio appropriato, quello che si preferisce, frugando con la mano tra le fette rosse intarsiate di lardo, dure come pietre e che rimescolandosi fanno rumore come grossi pezzi di lego. Lo stesso avviene per il pesce, disposto in cumuli piramidali dai tanti occhietti fissi, giallini, e dalle pinne caudali ritorte e irrigidite. 
Tra queste e altre mercanzie e tanti vasetti di caviale, la signora di Vladivostok, foulard annodato sotto il mento, si aggira tra le bancarelle di una bella giornata di marzo valutando silenziosa cosa porterà sul piatto.

Subito dopo il porto, il centro si presenta con un grande monumento alla Rivoluzione ai piedi di una strada dritta, affollata dai passanti e auto con la guida a destra, benché il senso di marcia non sia alla britannica. Sono infatti macchine usate importate dal Giappone quelle che in maggioranza vanno su e giù per le vie di questa città costruita su basse colline che mi restituiscono il profilo reale, modesto, di un toponimo dal suono severo. I russi e gli ucraini che sono a bordo con me, sbarcano curiosi anche loro di vedere questo lontano avamposto a oltre due settimane di ferrovia da Mosca. Da qualche palazzo costruito tra otto e novecento, dal ferro e molta edilizia popolare, si attendono una città collocata oltre la portata delle attenzioni da parte dell'amministrazione centrale, ma ne tornano quasi soddisfatti, stupiti dal carattere amichevole degli abitanti. Stanislav si confida: “Devo dire la verità, pensavo peggio”.

la baia ghiacciata
Intanto io, risalendo una strada scoscesa in una zona ormai periferica, vedo una cosa che non ho mai visto prima. Dietro il promontorio che segna l'inizio delle acque mosse dalle correnti e i flutti oceanici, una grande baia è vinta dal silenzio del ghiaccio che la immobilizza a perdita d'occhio sotto una coltre spessa e uniforme. É come essere al Polo Nord, sebbene la latitudine sia soltanto 43° N, inferiore per esempio a quella di Venezia, ma mi devo sempre render conto che considerazioni come questa, voglian dir poco al cospetto dei grandi moti di fluidi caldi e freddi che percorrono la Terra. 
Verso nord colline brulle si ergono dal pack immacolato, inaspettato.


Nicco.

Tuesday, 3 April 2012

Ma se


Mi permetto un piccolo punto nave anch'io. In fondo sono pur sempre comandante di vascello, sebbene non voglia dire granché e sebbene io sia arenato nella casa dei nidi di rondine.
Per non usurpare il titolo del buon Nicco, però, terrò quello usato sul blog su cui non scrivevo da un pezzo. Ma se.







A volte c'è bisogno di fare un bel reset. "Fare un bel reset", sentite che espressione da anni '50? Come "cose da donne" o "un bel bagno caldo" (sinonimi, tra l'altro). Senza contare l'accezione grillesca, un uomo ricco ha trasformato in slogan partitico un'espressione corrente inquinandola per anni a venire, come piscio di cane. E si, parlo di Grillo ma potrei parlare di B.
Per me reset rimane il pulsantino sotto a una delle macchine radiocomandate che avevo da bambino. Ho avuto una macchina rossa, grande, a pile. Poi ho avuto la Drago Nero, una specie di buggy nera (appunto) con una striscia gialla ed una rossa, e poi la Drakken, gialla e arancio fluo, con un dragone su un fianco. Tutte queste macchinine avevano il pulsante, on/off, un quadratino rigato da spostare su o giù, e poi un pallino di plastica bianca, un po' più morbida, per fare reset. Metti che la macchinina impazzisce, e la scheda comincia a farla girare su se stessa captando le onde emesse da un telecomando altro: ecco, a questo serviva. Schiacciavi il bottoncino e si rifaceva docile, pronta a radioubbidire ai tuoi radiocomandi.
Al netto dei grillini e delle fighe isteriche da scienze dell'educazione, ho bisogno di questo. Ed è quello che sto facendo.
C'è chi, per dare svolte alla sua vita, cambia taglio di capelli, o colore, o se li rasa. Chi si fa tatuare un'isola polinesiana in mezzo alla fronte. Chi fa una crociera (Schettino!). Chi molla l'università. Chi fa un corso da sommelier.
Io, in questo momento, vorrei affrontare un viaggio come garba a me, ma la bici è convalescente e reclama ore di attenzioni e lavori. Se vi interessa saperlo, sto affrontando la guarnitura nuova e le pedivelle. La nuova guarnitura sarà nera, e magari approfitto della sosta per una riverniciata veloce. Sto anche saldando un carrello, e tengo d'occhio l'atlante calcolando distanze e percorsi e soste.
Certo, avrei almeno una dozzina di altri modi per staccare; ma sarà questo cielo grigio, ho solo voglia di partire. E partire come dico io, appropriarmi davvero dei posti, farli miei. Una sensazione che non provo da un po', e che da troppo tempo lascia posto al tutto fatto/tutto visto che cala sopra alle mie giornate, inquinando anche quello che tutto visto e tutto fatto non è.
È forse un odore particolare, e non lo sento da un po'. L'odore dell'esattezza, dell'esserci nel senso di trovarsi lì ed ora e capirlo e inalarlo e stordirsi di questa sensazione.
Devo riprenderla, e capisco che devo farlo da solo.
È da un po', del resto, che mi trovo da solo con me stesso- non la migliore delle compagnie, me ne rendo conto anch'io. Ho salutato molte persone, le ho allontanate, le ho cancellate con un'alzata di spalle.
Reinventare. Ritrovare.
Le parole d'ordine di oggi iniziano per r.
umbe