Monday, 9 January 2012

Nuda e Senza Seno

Penso che ogni canzone, anche la più stupida, racconti sempre almeno due storie: una di chi la scrive, una di chi l'ascolta (nel caso autore ed interprete siano la stessa persona, altrimenti il gioco si complica ancora).
Ecco due storie:
1:
http://www.youtube.com/watch?v=odtX5PQbLOM

2:
M'hai svegliato, o forse mi sono svegliato, quando ho aperto gli occhi ci stavamo già guardando, in realtà non so nemmeno se davvero ho dormito. Non sono nel mio letto e nemmeno nella mia città. Un raggio di sole dal cortile, dalle finestre lasciate aperte, l'odore dell'aria di primavera, sempre lo stesso, sempre sconosciuto. Rumori che non puoi sentire: della tua strada, che non ho mai visto di giorno, del risveglio di un vicino di casa che non conosco, dell'orologio della cucina, ci sarà la cucina dietro a quella porta? È strano, il colore dei tuoi capelli m'era sembrato diverso, più chiaro. Nel naso l'odore di quel troppo che abbiamo bevuto, di sicuro lo senti anche tu; nel corpo la chiara sensazione di quello che abbiamo fatto, chissà cosa senti. Sembra così ovvio, eppure ogni volta mi lascio sorprendere. Non so mai se dargli importanza o meno. C'è troppa luce per dimenticare, ed è stato bello. Si potrebbe rifare, anche se è un risveglio duro, lui è duro, ma non ha senso, tu sei diversa, io lo sono di sicuro. Sbadiglio anche se non ce n'era davvero bisogno e ti auguro buongiorno. I tuoi vestiti sono sul pavimento, guardandoli ora, vedo che ci hai messo un sacco a sceglierli, l'avresti fatto comunque, anche se non ero io, non lusinga, ma assolve. Le scarpe sono proprio ridicole, all'inizio m'avevano colpito, poi, quando le avevi in mano, mi sei sembrata tenera; alla luce del giorno sono solo stupide, forse però, se non le avessi portate, non sarei venuto da te, lo stupido sono io. Seduta sul letto, in pigiama (quando hai messo il pigiama?), mentre raccogli i capelli, ti vedo più bella, le tette sono più vere e più invitanti, per stringerle bastano le mani. Reciti ancora, sono sicuro che quando sei sola non ti alzi così, però la parte ti viene meglio. Ti sorrido perché non so che altro fare, ma mi piace farlo. Non so se ho fame o nausea, non importa, tanto non c'è niente da mangiare, c'è il the che al mattino mi fa vomitare. Questa notte abbiamo parlato da grandi intellettuali, ti ho fregata. Avevo voglia di smontare quest'aria da filosofetta, ti ho citato un poeta di cui, dici, hai sentito parlare, era il nome del gestore del bar, scritto sullo scontrino, ma non te lo racconterò. Non ho niente da vincere e non voglio farti male. È normale che con quel nome da figlia di signora amante delle telenovela, tu voglia darti un tono.
Credo che parlare di massimi sistemi ora sia la cosa più grottesca che si possa fare. Ti dico che mangerei un'insalata con le tue tette, rido immaginando una donna nuda senza seno, mi rispondi con una battuta che non fa ridere, ma che mi piace ripensare. Mi fermo per un po' a guardare il cucchiaino, ma ormai non c'è un motivo per restare, ho ancora qualche ora da perdere, non qui. Ti saluto, quasi sicuramente non ci vedremo più, i numeri ce li siamo scambiati, giusto per non sentirci persone poco serie. Mangerò, mi stuferò, fumerò una sigaretta che mi farà schifo, mi stuferò ancora e partirò. Non saprai mai quello che penso, e forse non lo sa nessuno, e di certo quel che pensi tu non lo saprò mai, e non mi importa, non ci conosceremo. “Arrivederci”, è una bugia, ma anche un bel ricordo.